mercoledì 8 ottobre 2025

Fata Morgana, il nuovo spettacolo di Gianfranco Jannuzzo

 

Partirà dal Teatro Manzoni di Milano, il nuovo spettacolo di Gianfranco Jannuzzo. E’ Fata Morgana che dal 14 al 26 ottobre 2025 comincerà a percorrere l’Italia teatrale in lungo e in largo, calcando i più importanti palcoscenici. Dopo avere scritto e intervistato tante volte in carriera Gianfranco Jannuzzo, confesso che oggi parlare e descrivere il suo operato professionale mi mette un po' in confusione nel riconoscerlo come il grande attore, quale egli è, o piuttosto come il fotografo autore di due libri ricchi di immagini e di successo come Gente mia e “Italia amore mio”. Poi, a mente fredda, penso che sia giusto sintetizzare la sua lunga e luminosa carriera con un semplice: Gianfranco Jannuzzo, tra Teatro e Fotografia per raccontare lo spettacolo di Fata Morgana e l’Italia che ci sta tanto a cuore”. Così dice Jannuzzo di lui: “A me piaceva tantissimo la fotografia, ma dovetti decidere se fare il fotografo oppure fare l’attore. Poi la scuola di recitazione di Gigi Proietti…….”. Una storia già saputa e sempre piacevole da riascoltare. Ma adesso veniamo a raccontare la fresca novità teatrale di “Fata Morgana”, un’idea nata dallo stesso Gianfranco Jannuzzo e Angelo Callipo, un binomio di garanzia di arte da palcoscenico di gran classe.

Protagonista e regista dello spettacolo è Gianfranco Jannuzzo, il quale è capace di incantare il pubblico con la sua verve e il suo innato talento istrionico, in un viaggio – quello di Fata Morgana – che è accompagnato da quattro musicisti in scena, e cioè, Chiara Buzzurro alla chitarra, Nicola Grizzaffi al piano e alle tastiere, Angelo Palmieri all’oboe e Alessio La China al violoncello. Dunque, una messa in scena curiosa, dove la fiaba di Fata Morgana viene narrata come un viaggio tra miraggio, illusione e speranza, alternando brani comici a riflessioni profonde, offrendo uno spettacolo che va oltre il semplice intrattenimento. E c’è un intreccio di racconti che si intersecano perfettamente tra aneddoti personali e riflessioni sull’umanità. E’ la complessità dell’animo umano, che la regia dello spettacolo intende mettere come focus nell’esplorazione delle maschere che indossiamo e le verità nascoste dietro le finzioni quotidiane.

E in tutto questo c’è un messaggio di pirandelliana memoria. Stessa la sicilianità, stesso il viaggio nel mondo delle apparenze senza essere, stesso l’umano sentire nella complessità di esprimere il percorso della nostra interiorità. Finzioni del quotidiano che ci coinvolgono e toccano le nostre coscienze. E poi c’è anche lo spettacolo che diventa una grande occasione di leggerezza per ridere, rilassarsi, ma anche per riflettere e commuoversi, così come uno svelare la magia del teatro nel senso più ampio del suo significato.

D’altra parte, questo è ciò che negli anni abbiamo ammirato di più di Gianfranco Jannuzzo - attore eclettico - capace di farci ridere e commuovere. E’ la grande scuola di Gigi Proietti, quella che va oltre il tempo.

Salvino Cavallaro, giornalista

Cos'è l'amore?

 




Lou Marinoff riporta tre risposte di Freud sull'amore paragonato a tre tipi di opposti: "amare contrapposto all'essere amato; amore contrapposto all'odio e amore contrapposto all'indifferenza, che, a sua volta, è l'opposto sia dell'odio, sia dell'amore" rifacendosi (inconsapevolmente) al taoismo secondo cui ciascuno è complementare, è necessario cioè per l'esistenza dell'altro.

Una cosa è chiara: quando sovrabbonda l'affetto da parte di un solo partner, si crea un forte "squilibrio", ed è in questo stato che nasce e cresce poi - per entrambi - un forte malessere e disagio con conseguenze spesso dolorose. La relazione con l'altro (maschio o donna) parte da un presupposto fondamentale per comprenderne poi l'evolversi. E cioè con quale modalità di pensiero mi approccio all'altro: quella dell'essere o dell'avere? La modalità dell'avere mi pone di fronte all'altro come uno che vuole prendere possesso, anche se con dolcezza, in termini di oggetto. E il rapporto evolve secondo questa parabola. Tu sei mia, io ti voglio...... Viene minato in questo modo ogni presupposto per una relazione rispettosa della diversità-alterità dell'altro. Il protagonista è quell'io maschio che vuole e deve possedere. E' chiaro che secondo questa modalità si annulla ogni reciprocità e ogni dialogo. Luce Irigaray a partire proprio da questa pseudo relazione ci insegna che una vera dichiarazione-relazione d'amore va fatta in questi termini: "Io amo a te" che significa: "....Non ti sottometto, né ti consumo. Ti lodo: lodo in te. Ti ringrazio: rendo grazie a te per.... Ti benedico per. Ti parlo, non soltanto di una certa cosa, ma ti parlo a te (...)". Ernesto Bencivenga ci insegna che "Si ama sempre e soltanto un soggetto, uno spazio di libertà e di possibilità, un progetto che s'intuisce e nel quale si crede, magari a dispetto dell'evidenza; nel farlo, si desidera sempre e soltanto il proprio stesso desiderio, l'inesauribile energia che esso esprime, il suo tenerci costantemente sulla corda, in bilico, in vita".Al contrario, se guardiamo l'altro come oggetto cioè "entità dai tratti precisi e definiti, reali" allora non abbiamo mai amato veramente e non amiamo sul serio poiché a noi interessano le qualità dell'oggetto, e queste possono venir meno nel tempo o posso io stesso modificare gli interessi o gusti, la relazione insomma è fondata sul controllo o possesso dell'oggetto. Una riflessione che va fatta insieme, nell'alterità. Si dovrebbe lavorare alla comprensione e al riconoscimento della complementarietà. Questa la sfida!

di Maria De Carlo , couselor filosofico - ottobre 2025


Un pensiero felice

 





                                 Regalami un pensiero felice

c’è troppa tristezza nel mondo

troppa malinconia negli occhi

degli umani che si sentono smarriti


Regalami un sogno luminoso

che accenda ancora le speranze

nei cuori affranti e asciughi

le lacrime degli oppressi


Regalami un istante d’amore

perché nessuno dimentichi

che esiste un mondo migliore

senza crimini e ingiustizie 


Antonella Massa, poetessa - ottobre 2025






La lezione di Platone


 Platone è di una disarmante attualità. In un momento storico così violento e confuso il filosofo ateniese allievo del grande Socrate può venirci in soccorso sia come singoli individui che come umanità. Nelle sue opere, i Dialoghi, Platone ci racconta di Eros (Amore) figlio di Penia e Poros: Eros è un semidio capace di comprendere l'essere umano; come la madre, una donna mortale, è sempre mancante mentre come il padre. Un dio, è sempre pronto a trovare espedienti per cavarsela. È vero infatti che l'amore è qualcosa che riempie le nostre mancanze e nasce da un desiderio profondo capace di spingere l'anima verso la bellezza e la verità. L'analisi platonica dell'amore è libertà da ogni teoria perché l'amore, metaforizzato dal putto alato che scaglia frecce, è per sua natura libero e ci fa innamorare quando non ce lo aspettiamo. Il desiderio di cui siamo costituiti spinge l'anima, sempre secondo il Nostro, a cercare la bellezza e la verità, il percorso parte dalla bellezza sensibile del corpo, che quindi non viene svalutato, per elevarsi a quella intellettuale delle idee e alla contemplazione del Bene. L'amore conduce ad una follia divina in grado di risvegliare l'anima e farle ricordare la sua origine nel mondo delle idee e la sua conseguente ispirazione ad una ritorno verso la perfezione. Platone individua una scala dove l'amore può elevarsi come ho raccontato e da ciò si può dedurre che l'amore è qualcosa che necessita di una lavoro quotidiano per giungere al suo livello più alto, allo stesso tempo questa progressione ci fa conoscere i vari livelli di Eros e ci educa ad una vita all'insegna di Eros/Amore nei vari settori dell'esistenza. A quanto pare il nostro mondo e le nostre società sembrano vivere senza quel amore capace di elevare oltre l'odio della violenza e della guerra. Nel 1920 Freud prendendo spunto da Platone ci ha parlato della forza opposta ad Eros ossia Thanatos, morte e distruzione, e allora mi chiedo: “Come mai nel 2025 siamo ancora sballottati tra due pulsioni opposte e abbiamo così tanta difficoltà a scegliere il Bene?”. Per poter rispondere a questa domanda credo si debba ancora una volta ritornare a Platone tenendo conto che anche alla sua epoca (cinque secoli a.C.) guerre, violenze e conflitti erano presenti. Il nostro filosofo ci descrive l'amore come tensione verso il Bello e il Bene, ma allo stesso tempo ci parla di uno stato in cui Eros si trova in perenne lotta; egli descrive uno stato di polemos, di guerra, all'interno dell'animo umano. Un conflitto che avviene fra la parte razionale e quella istintiva, nel dialogo Simposio, infatti, l'amore è in costante lotta contro ciò che è brutto. Possiamo dire che Amore combatte contro ciò che gli è opposto e questa lotta non ha mai fine; se dunque il conflitto è per natura dentro di noi, come possiamo immaginare di porvi fine fuori di noi? L'Amore, che è anche ricerca dell'unità perduta come Platone racconta nel Simposio, diventa per questa ragione cura contro ogni forma di scontro; nel dialogo citato egli ci espone il mito dell'Androgino, dell'epoca in cui gli esseri umani erano tre generi, delle sfere formate da due femmine, due maschi e da un maschio e una femmina. Zeus preoccupato della loro potenza li divise a metà con un fulmine creando la sofferenza e il bisogno di ricongiungimento che chiamiamo Amore. Abbiamo dunque una ferita atavica e per questo se non troviamo o ritroviamo l'Amore nella nostra vita avvertiamo una mancanza insanabile che ci porta ad allontanarci dal Bene. Se ne deduce che chi promuove la guerra non conosca l'Amore così come ce lo ha spiegato Platone: non sto scusando i guerrafondai ma cerco di fornire una risposta all'interrogativo “Perché la guerra ancora, ancora e ancora?”. Ecco perché c'è bisogno di Filosofia e di Platone. C'è bisogno di filosofia come cura in quanto il conflitto interiore non va gestito ma superato, la rabbia che le persone provano dentro di sé che appare sempre più nei social network e nella vita reale si cura e si supera con l'aiuto di quel Amore di Platone che entra nel dialogo curativo gestito dal filosofo. Ho parlato delle ragioni profonde poi ci sono quelle economiche che spingono alla guerre e su quelle Epoché, sospendo il giudizio almeno per ora. 

Maria Giovanna Farina, Filosofa e scrittrice


L'amore e la dipendenza

 


Durante l'estate ho viaggiato molto in treno, luogo privilegiato di osservazione, dove le persone sostano per ore e devono ingannare il tempo. Ho osservato e fatto statistiche: pochissimi libri di carta tra le mani, qualche tablet per leggere e-book, tantissimi smartphone e apparecchi di questo tipo impegnavano la quasi totalità dei presenti. Ho visto far scorrere gli schermi con i polpastrelli alla ricerca di ogni informazione, immagine, mail, messaggi....durante tutto il viaggio erano in compagnia di questo oggetto anche se nel sedile di fronte o di fianco c'era qualcuno. Il dialogo non era sempre assente ma intervallato senza interruzione dal contatto epidermico con il media digitale, quasi fosse un prolungamento della mano e allo stesso tempo una coperta di LinusQuesto comportamento mette in mostra l'insicurezza e il bisogno di contatto cercato però nella macchina: forse gli umani sono troppo difficili da comprendere? Accade perché l'oggetto inanimato si crede non possa deludere? Il media non è una parte del nostro corpo ma spinge per diventarlo, noi glielo permettiamo rinunciando a tante abilità comunicative naturali e alla libertà stessa. Chi dipende non è libero. Se riflettiamo, è molto diverso il rapporto con le parti del nostro corpo, esse sono parti di un tutto che ci fa vivere autonomamente nel mondo; se ne perdessimo alcune come le mani, i piedi, gli occhi...potremmo vivere ugualmente. Esse non sono cose da cui dipendiamo ma parti integranti di noi. Il media digitale ci mette in contatto col mondo ma ci allontana dai rapporti umani fatti di dialogo, fatti di parole nate e scambiate con l'altro che ci vive accanto. Il media digitale e ancor più il touch screen, lo schermo tattile, tende a diventare un prolungamento di noi, ci robotizza, ci fa diventare tutt'uno col media. Ma soprattutto ci fa illudere di essere onnipotenti: basta un tocco e il meccanismo inizia a funzionare. Forse, è da questa illusoria onnipotenza che si sta diventando dipendenti: crescendo avevamo giustamente perduto l'onnipotenza infantile rendendoci conto di essere uomini limitati, mortali e finalmente separati dalla mamma. Ora stiamo diventando onnipotenti di un'illusione digitale, sì, perché i bottoni del vero potere non appartengono ai comuni esseri di questo pianeta. In conclusione: la dipendenza dai media ci rende solo più deboli. Mentre si ripete, giustamente, che l'amore può dare dipendenza, non si focalizza a sufficienza de l fatto che stiamo diventando schiavi della tecnologia.

Maria Giovanna Farina, filosofa e consulente - ottobre 2025



martedì 15 luglio 2025

Non abbandonarli

 


Come ogni anno in estate si torna a parlare dell'abbandono degli animali, in realtà questa pratica continua durante tutto il corso dei 365 giorni. Non ha quindi alcun senso parlarne ora? 
Repetita juvant, ma quando ripetere giova davvero? Quando si fa qualcosa per trasformare alle radici la cultura, non è sufficiente, se pur utile e deterrente, dare una rilevanza penale all'abbandono. Deve cambiare la coscienza. Finché si permette di allevare animali per uso esclusivo della vivisezione, finché per colorare gli alimenti si importa un colorante rosso ricavato dall'allevamento intensivo delle coccinelle, finché si fa bere il vino ai cani per divertirsi a vederne gli effetti: finché tutto questo continuerà ad accadere saremo molto lontani da una visione non razzista degli esseri viventi. Lo so che anche gli umani fin dalla più tenera età sono sottoposti in più parti del mondo a crudeltà inimmaginabili, ma questo non deve essere il solito alibi per non fare qualcosa: chi ama davvero gli animali ama anche gli esseri umani che in una visione filosofica sono, come diceva Aristotele, degli animali (zoon) dotati di linguaggio. Anche gli umani, come il resto dei viventi, non sono tutti uguali: c'è chi ha la fortuna di nascere in una famiglia che tutela la sua esistenza fin dall'inizio, c'è chi invece ha la disgrazia di venire al mondo condannato alla sottomissione e all'abuso. Possiamo ben comprendere che se non cambierà qualcosa di sostanziale, gli slogan contro l'abbandono e la punizione della legge poco riusciranno a fare: se non ci si fermerà un po' a riflettere sul fatto che la teoria del filosofo Hegel per cui nella storia si avvicenderebbero epoche in cui la dinamica servo-padrone si potrebbe ribaltare e quindi chi è servo ha la possibilità di diventare padrone. Ognuno, di conseguenza, potrebbe diventare un capo. Beh, questa è una bella favoletta per illudere chi è servo! Allora noi che abbiamo la ragione usiamola per riflettere su questa realtà, adoperiamoci per un cambiamento culturale che parta dal considerare gli animali degli esseri viventi non dotati di parola, ma non per questo insensibili alle sensazioni di dolore, di sofferenza, di disagio e di tristezza.

Maria Giovanna Farina 

domenica 13 luglio 2025

Cosa significa essere liberi

 


Cos'è la libertà? Già gli Stoici nel III secolo a.C. ritenevano la libertà una scelta del soggetto, per cui solo il sapiente è libero perché vive secondo natura conformandosi al destino. Ciò significa che sono libero se conosco le cose: se tu conosci le cose non hai sorprese e il tuo comportamento è libero da falsi pregiudizi. C’è uno stretto legame tra libertà e volontà, ad esempio non è punibile chi commette il male contro la propria volontà: non possiamo condannare chi commette una cattiva azione perché costretto. Parlare di libertà vuol dire anche fare i conti con il tema teologico del libero arbitrio, secondo cui l’uomo sarebbe libero di scegliere di commettere il male oppure no. Socrate sosteneva che l’uomo commette il male per ignoranza quando cioè non conosce la via del bene. Il libero arbitrio prevede invece un uomo che conosce e può scegliere. Rimanendo in tema di libertà desidero fare un esempio riferendomi a San Francesco d’Assisi la cui storia ci è nota. Nel famoso film di Zeffirelli “Fratello sole e Sorella luna” viene messa in risalto la scena di quando Francesco si spoglia, letteralmente, degli abiti e si dà alla povertà. Al di là del contenuto religioso, questo spogliarsi ha una forte valenza simbolica ed è un liberarsi di tutto quel bagaglio di stereotipi dei quali il giovane era vittima. Francesco per liberare quel se stesso prigioniero ha dovuto compiere un atto estremo che lo ha reso veramente libero. Ha dovuto esagerare, liberandosi anche di ciò che avrebbe potuto tenere ed in questo modo ha pagato un alto “costo” per la libertà. Questa storia insegna anche che è necessario combattere ogni giorno per la libertà, per conquistarne un pezzettino alla volta, per evitare di giungere pericolosi atti estremi. 

Maria Giovanna Farina

Piccoli passi per realizzare un progetto

  I piccoli e i grandi progetti dell’esistenza hanno bisogno di una buona elaborazione per essere realizzati. Teniamo conto che progettare è...