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giovedì 25 giugno 2026

Piccoli passi per realizzare un progetto


 I piccoli e i grandi progetti dell’esistenza hanno bisogno di una buona elaborazione per essere realizzati. Teniamo conto che progettare è l’attività peculiare dell’essere umano, è un’attività che sviluppa l’intelligenza e testimonia il nostro desiderio di vivere. A volte le idee ci frullano disordinatamente nella mente creandoci uno stato d’ansia e di insoddisfazione difficilmente gestibile perché non sappiamo se riusciremo mai a realizzarle. Quale strada percorrere per raggiungere l’obbiettivo, eliminare il disagio e avvicinarci alla felicità?

È necessario partire da progetti piccoli e di facile realizzazione come ad esempio assecondare il nostro desidero di dare un nuovo ordine al contenuto degli armadietti della cucina.

- Se voglio un nuovo ordine vuol dire che quello attuale non mi soddisfa, perciò le idee nuove le scriverò su un quaderno

- Successivamente tra le idee che andrò ad appuntarmi farò delle scelte: quali tenere e quale cestinare

- Quando avrò deciso il nuovo ordine sarà il momento per iniziare i lavori

- Prima di svuotare gli armadietti devo trovare un piano d’appoggio provvisorio che non ostacoli i movimenti in casa

- Ora potrò realizzare il mio progetto sicura della buona riuscita

Questo procedimento applicato ad una situazione molto semplice e non di difficile realizzazione ci dà il metodo, poi possiamo applicarlo a tutti i progetti della nostra vita anche i più ambiziosi. Se ad un certo punto dovesse intervenire nel nostro lavoro un atto creativo, quello non è soggetto a regole e lasciamo pure che si esprima. Lasciamolo venire alla luce così la felicità sarà più intensa! 

Maria Giovanna Farina






mercoledì 27 maggio 2026

I cinque punti dell'amicizia

 

                acrilico su tela di Flavio Lappo

L'amicizia non è solo un legame affettivo, ma un vero e proprio progetto etico. Ecco i punti più importanti su cui riflettere:

1. L'amicizia come cura e ascolto

L'amicizia autentica si fonda sulla capacità di ascolto attivo. Non è un semplice "passare del tempo insieme", ma un atto di cura verso l'altro. In un mondo dominato dalla fretta e dalla comunicazione superficiale (specialmente quella digitale), l'amicizia rappresenta uno spazio sacro dove l'individuo viene riconosciuto e accolto nella sua interezza.

2. La reciprocità e il "Donarsi"

Un concetto che mi è caro è quello del dono. L'amico è colui che dona tempo, attenzione e sincerità senza l'aspettativa di un tornaconto immediato, ma con la consapevolezza della reciprocità.

    L'amicizia vera: Si basa sull'uguaglianza e sul mutuo sostegno.

    L'amicizia utilitaristica: è una forma vuota che svanisce quando cessa il bisogno.

3. L'Amicizia come specchio di sé

L'amico funge da specchio. Attraverso il confronto con l'altro, impariamo a conoscere meglio noi stessi. L'amico è colui che ha il coraggio della "parresia" (la sincerità assoluta), ovvero colui che ci dice la verità anche quando è scomoda, aiutandoci nel nostro percorso di crescita personale.

4. Il legame tra Amicizia e Amore

In molti scritti ho sottolineato come l'amicizia sia spesso la base solida di ogni relazione d'amore duratura. Senza una profonda stima amicale, l'eros rischia di essere effimero. L'amicizia è dunque la forma più alta di legame umano perché è libera da molti dei vincoli di possesso che a volte inquinano le relazioni sentimentali.

5. Il ruolo della gentilezza

Infine lego strettamente l'amicizia al concetto di gentilezza. Essere amici significa praticare una gentilezza non di facciata, ma strutturale, che permette di superare i conflitti e di mantenere vivo il legame nonostante le inevitabili difficoltà della vita. 

Maria Giovanna Farina, filosofa


Il ciclo della vita



Prendendo spunto dalla famosa frase “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma” di Antoine Laurent de Lavoisier, chimico, biologo e filosofo francese del XVIII secolo mi sento di poter dire che la morte è il passaggio da uno stato dinamico ad uno statico per poi subito ripassare ad un altro dinamico di diversa specie. Si può dire che la morte di un essere vivente sia un attimo: lo stato più breve nel ciclo della vita.

                             vita ----------morte----------vita

 

Prendiamo ad esempio la morte di un qualsiasi essere vivente, già nel momento stesso che il cuore smette di battere inizia un processo di decomposizione dal quale si forme


ranno diverse forme di vita differenti dalla materia dalla quale hanno avuto origine. Con ciò non intendo affermare la credenza della metempsicosi che è un processo alla cui base c’è una forma di spiritualità oltre quella fisica, (alla morte lo spirito trasmigra in un altro essere vivente che a seconda delle credenze può anche essere di una qualunque altra specie), bensì una trasformazione esclusivamente materiale.

Da un certo punto di vista potrebbe anche sembrare lusinghiero pensare che la nostra dipartita possa essere di ausilio alla formazione di un’altra esistenza anche se diversa da noi, ma per la maggior parte è molto più rasserenante pensare ad una vita ultraterrena.  


Max Bonfanti, filosofo analista @Tutti i diritti riservati


Educazione sentimentale



Metropolitan Flower-160 x80 tecnica mista e collage su tela 

L'educazione sentimentale è uno strumento fondamentale per prevenire la violenza di genere. L'amore deve essere insegnato fin da piccoli come una pratica di rispetto e libertà, ponendosi come antitesi a ogni forma di possesso e sopraffazione. In questo breve articolo desidero lasciare ai lettori de L'accento di Socrate un breve riassunto del mio pensiero.

Ritengo fondamentale ricordare alcuni punti imprescindibili:

  • Contro la logica del possesso: L'educazione sentimentale deve sradicare l'idea che l'altro sia una propria proprietà. Spesso, dietro gesti estremi, si cela l'incapacità di accettare l'autonomia della persona amata.

  • Il principio della "cura": avere cura dell'amore. Questa cura ha una duplice valenza: proteggere il sentimento e utilizzarlo come mezzo di "guarigione" interiore, per superare i malesseri e le paure.

  • Il rispetto della scelta: Amare significa volere il bene dell'altro, il che include il diritto di essere "lasciate vivere" o di veder terminata la relazione.

  • Educazione precoce ed emotiva: I sentimenti vanno compresi fin dall'infanzia. Solo imparando a gestire le proprie emozioni si costruiscono relazioni sane e paritarie.

È fondamentale cambiare il linguaggio e l'approccio culturale per estirpare la radice del femminicidio. 

Maria Giovanna Farina, filosofa @Tutti i diritti riservati



Echi dal passato: Seneca

 


Le “Lettere a Lucilio” sono una raccolta di 124 epistole filosofiche scritte dal filosofo stoico Lucio Anneo Seneca. Composte tra il 62 e il 65 d.C., sono l'opera più matura e celebre del filosofo, pensata per guidare l'amico Lucilio nel suo percorso verso la saggezza interiore.

Ci tengo a sottolineare la Lettera 1, qui Seneca esorta Lucilio a riprendersi il possesso di se stesso attraverso concetti del tutto adatti alla nostra contemporaneità:

    - Seneca spiega che una parte del nostro tempo ci viene sottratta con la forza, una parte ci viene sottratta di nascosto, ma la perdita più vergognosa è quella che avviene per nostra stessa negligenza.

    - La vita scorre mentre rimandiamo. La maggior parte della vita ci sfugge mentre facciamo cose sbagliate, gran parte mentre non facciamo nulla e tutta la vita mentre siamo occupati a fare altro.

    - L'illusione del futuro. L'errore più grande degli uomini è vedere la morte davanti a sé, nel futuro. Seneca afferma che gran parte della morte è già alle nostre spalle: tutto il tempo che abbiamo già vissuto appartiene già alla morte.

Infine. Gli esseri umani si arrabbiano se qualcuno ruba loro del denaro o dei beni terrestri, ma lasciano che gli altri rubino il loro tempo senza dare alcun valore a quest'unico bene che, una volta perso, non si può più restituire.

La Redazione

Il significato del pianto

 


Il tema del pianto è molto interessante per chi si occupa di filosofia come cura e per questa ragione ho voluto scrivere questo articolo in riferimento a ciò che di questo argomento mi ha insegnato il collega ed amico Max Bonfanti, filosofo contemporaneo noto per le sue riflessioni sulla fenomenologia dei sentimenti e sull'antropologia del quotidiano. Egli propone una visione del pianto molto lontana dalla semplice reazione emotiva o dallo "sfogo" biologico. Per Bonfanti, il pianto è un vero e proprio dispositivo conoscitivo. Ecco i punti cardine del suo pensiero su questo tema.

1. Il Pianto come "Crollo della Parola"

Bonfanti sostiene che si piange quando il linguaggio verbale fallisce. Il pianto non è "assenza di pensiero", ma il momento in cui l'esperienza vissuta è talmente densa da non poter essere racchiusa in una frase sintatticamente corretta. È, citando il suo stile, "l'ultima frontiera dell'espressione prima del silenzio".

2. Dimensione Etica e Apertura

A differenza di altre visioni che vedono il pianto come una debolezza, Bonfanti lo interpreta come un atto di estrema onestà intellettuale.

  • Vulnerabilità: Piangere significa accettare la propria finitezza.

  • Relazione: Il pianto è un appello muto che "obbliga" l'altro a uscire dall'indifferenza, creando un ponte etico immediato tra le persone.

3. La "Trasparenza del Dolore"

Bonfanti distingue tra il pianto di disperazione e quello di commozione:

  • Il pianto amaro: è la reazione a un'ingiustizia subita dalla realtà.

  • Il pianto "lucido": è quello che scaturisce dalla bellezza estrema o dalla verità improvvisa. In questo caso, le lacrime fungono da "lente" che purifica lo sguardo, permettendoci di vedere le cose come sono veramente, senza il filtro dell'ego.

"Le lacrime non lavano solo gli occhi, ma l'intero orizzonte del nostro stare al mondo." — questa è la sintesi del pensiero di M. Bonfanti

Sostanzialmente, per Bonfanti il pianto è l'unico momento in cui il corpo e la mente smettono di lottare tra loro e si fondono in un'unica verità visibile.

"Le lacrime non lavano solo gli occhi, ma l'intero orizzonte del nostro stare al mondo." Posiamo considerare questa frase la sintesi del pensiero di Max Bonfanti,

sostanzialmente, per lui il pianto è l'unico momento in cui il corpo e la mente smettono di lottare tra loro e si fondono in un'unica verità visibile.

Maria Giovanna Farina, filosofa (@Tutti i diritti riservati)

IV Comandamento: Onora il padre e la madre

 


Sono del parere che per poter parlare di un argomento sia necessario avere almeno una discreta conoscenza di ciò su cui si vuole dissertare.

Troppo spesso si sentono affermazioni solo perché sentito dire, ciò non va bene e come diceva Giacomo Leopardi credere una cosa solo perché si è udito dirla e non perché si è avuto cura di esaminarla fa torto all’intelletto dell’uomo.

Concordo in pieno con le parole del Poeta!

Per esempio prima di fare affermazioni azzardate o lacunose in campo religioso suggerisco a tutti, credenti e non, di dare almeno un’occhiata al Catechismo della Chiesa Cattolica che non è quello che si fa studiare ai bambini per ricevere i sacramenti della Prima Comunione e Cresima, ma qualcosa di molto più consistente e soprattutto interessante. (È un volume di circa 800 pagine)

Vorrei iniziare col commentare il Decalogo leggendo alcune specifiche del quarto comandamento: Onora il padre e la madreIl quarto comandamento si rivolge espressamente ai figli in ordine alle loro relazioni con il padre e con la madre, essendo questa relazione la più universale. Concerne parimenti i rapporti di parentela con i membri del gruppo familiare. Chiede di tributare onore, affetto e riconoscenza ai nonni e agli antenati. Si estende infine ai doveri degli alunni nei confronti degli insegnanti, dei dipendenti nei confronti dei datori di lavoro, dei subordinati nei confronti dei loro superiori, dei cittadini verso la loro patria, verso i pubblici amministratori e i governanti. Questo comandamento implica e sottintende i doveri dei genitori, tutori, docenti, capi, magistrati, governanti, di tutti coloro che esercitano un'autorità su altri o su una comunità di persone.”

Come è possibile vedere il comandamento non si limita al rispetto per i soli i genitori, ma va ben oltre e soprattutto non è unidirezionale nel senso che il rispetto deve essere reciproco. 

Max Bonfanti, filosofo analista (@Tutti i diritti riservati




domenica 12 aprile 2026

La passione e le sue manifestazioni

 



La passione, un termine che mostra tutta la forza di chi ama, si dirige ovunque ci sia amore per qualcuno o per qualcosa. La passione per una donna, un uomo, un lavoro, una materia, un figlio, uno stile di abbigliamento… potremmo fare un elenco interminabile. Chi studia l’amore non può fermarsi ad una sola forma di passione ma deve, come ci ha insegnato Platone, contemplare e ricercare ogni forma di amore e, aggiungo io, di passione che pervade l’oggetto d’amore. Ma la passione è anche quella del Cristo sul Golgota, una passione, la sua, che è sinonimo di morte imminente dopo sofferenze indicibili. La passione è dunque anche sofferenza fisica e spirituale. Che differenza passa tra le due passioni di cui sto argomentando? Se pur differenti e dominate da opposte pulsioni (vita e morte), hanno in comune una forza, una potenza che fa di esse due compagne di strada. Non fu l’amore a fare di Cristo un martire salvatore dell’umanità ferita dal male? Al di là dell’implicazione religiosa, del Suo messaggio, c’è passione, punto di potente incontro tra bene e male dove il bene trionfa con la passione del sacrificio. Nelle altre occasioni la passione regolata dall’amore investe con forza il proprio oggetto, lo ama tanto da soffrire la sua mancanza; la passione esce a volte come una potente carica quasi pericolosa e per questa ragione si intreccia con la violenza e la morte. La passione troppo forte e incontrollata può condurre al rischio di autodistruggersi, pensiamo alla passione per gli sport estremi che può condurre alla morte.

Resta il fatto che quando qualcuno e o qualcosa ci appassiona siamo mossi da una molla che tende ad espanderci, per questa ragione è bene mettere in primo piano il significato vitale di questa parola capace di non farci soccombere a pericolosi stati depressivi. Impariamo quindi a riconoscere le nostre passioni per non caderne vittime, bensì per farne il motore della vita.


martedì 9 dicembre 2025

Cosa è la libertà

 

Rinascita, disegno di Flavio Lappo

Cos'è la libertà? Già gli Stoici nel III secolo a.C. ritenevano la libertà una scelta del soggetto, per cui solo il sapiente è libero perché vive secondo natura conformandosi al destino. Ciò significa che sono libero se conosco le cose: se tu conosci le cose non hai sorprese e il tuo comportamento è libero da falsi pregiudizi. C’è uno stretto legame tra libertà e volontà, ad esempio non è punibile chi commette il male contro la propria volontà: non possiamo condannare chi commette una cattiva azione perché costretto. Parlare di libertà vuol dire anche fare i conti con il tema teologico del libero arbitrio, secondo cui l’uomo sarebbe libero di scegliere di commettere il male oppure no. Socrate sosteneva che l’uomo commette il male per ignoranza quando cioè non conosce la via del bene. Il libero arbitrio prevede invece un uomo che conosce e può scegliere. Rimanendo in tema di libertà desidero fare un esempio riferendomi a San Francesco d’Assisi la cui storia ci è nota. Nel famoso film di Zeffirelli “Fratello sole e Sorella luna” viene messa in risalto la scena di quando Francesco si spoglia, letteralmente, degli abiti e si dà alla povertà. Al di là del contenuto religioso, questo spogliarsi ha una forte valenza simbolica ed è un liberarsi di tutto quel bagaglio di stereotipi dei quali il giovane era vittima. Francesco per liberare quel se stesso prigioniero ha dovuto compiere un atto estremo che lo ha reso veramente libero. Ha dovuto esagerare, liberandosi anche di ciò che avrebbe potuto tenere ed in questo modo ha pagato un alto “costo” per la libertà. Questa storia insegna anche che è necessario combattere ogni giorno per la libertà, per conquistarne un pezzettino alla volta, per evitare di giungere pericolosi atti estremi.

lunedì 20 ottobre 2025

La filosofia come cura

 


La consulenza filosofica, il dialogo come cura, è raccontata in “Ho messo le ali” nel 2013 dove viene suggerito come dire No a chi ci vuole prevaricare e ripresa in “La libertà di scegliere” nel 2017 dove viene suggerito come scegliere le persone migliori ed allontanare quelle che ci fanno stare male. Infine il discorso viene completato nel 2024 in “Platone, aiutaci tu!

In quale luogo l’uomo si esprime? Con chi e come lo fa? Sono gli interrogativi base per comprendere la comunicazione umana e non sentirsi estranei nella relazione con gli altri. Lo studio e l’analisi dell’uomo viene da lontano ancor più di quanto si possa immaginare, noi partiamo dai Greci solo perché ci rappresentano culturalmente: sono gli antenati della nostra civiltà. Zoon logon echon è la locuzione con cui il filosofo Aristotele nella Politica definisce l’uomo, animale unico e diverso dagli altri perché dotato di parola: il vivente (zoon) che ha (echon) la parola (logon). L’uomo è anche “politikon”, cioè un animale politico, fatto per stare insieme agli altri e per risolvere le sue questioni discutendo nell’agorà. Ancor prima, nella lettura dei dialoghi di Platone si incontra Socrate, il primo filosofo della storia occidentale dedito allo studio dell’anima umana. Da lì prende le mosse l’analisi della comunicazione e lo studio dell’interiorità con la tecnica del dialogo. Non un dialogo qualunque, ma uno improntato ad affrontare le idee della mente e a comprenderne la natura: personale o frutto di un indottrinamento culturale? Socrate si adopera tutta la vita per liberare le menti dagli stereotipi, dai luoghi comuni che ci portiamo dietro come una zavorra impedendo alla nostra anima di librarsi leggera nelle alte sfere, là dove non c’è posto per idee false. Passeranno parecchi secoli prima che Freud codificasse la sua teoria psicoanalitica scoprendo l’inconscio, la sua teoria trova terreno fertile per nascere grazie al frutto del lavoro del pensiero umano di tanti secoli. Gli spunti che si è trovato tra le mani sono tanti. Pensiamo al filosofo e storico Hippolyte Taine (1828-1893) che per primo parlò di rimozione, quel particolare stato dell’inconscio in grado di mettere da parte i contenuti inaccettabili della coscienza, le esperienze che è meglio dimenticare ma che dimenticandole, come teorizzò lo psicoanalista viennese, creano sintomi. Taine lo fece nel suo libro Le origini della Francia contemporanea ed. Adelphi sostenendo a proposito degli istinti che “Essi esistono sempre, anche in tempi normali; non li notiamo perché sono rimossi, ma non per questo meno attivi ed efficaci, anzi indistruttibili…”

In Totem e tabù Freud parla di repressione degli istinti e nel saggio Disagio della civiltà argomenta come la repressione sia ad opera della civilizzazione. Qui si incontrano altri spunti filosofici interessanti, come il celebre motto homo homini lupus risalente al commediografo latino Plauto morto nel II sec. a. C., riferimento poi ripreso dal filosofo inglese Thomas Hobbes (1588-1679) per affermare che l’uomo si lega all’altro non per amore ma per il timore reciproco. Proprio nel Disagio Freud parla della civiltà come il prezzo da pagare per essere più sicuri e protetti, il prezzo sarebbe la repressioni degli istinti.

Lo stesso studio dei sogni risale a molti secoli prima a partire dagli antichi Egizi e dai Greci che ne fecero con Platone e Aristotele un oggetto più scientifico.

Ho fatto alcuni esempi che hanno colpito il mio interesse per mettere in evidenza come ogni teoria abbia un retroterra culturale di esperienze e di pensieri di altri uomini: nessuno crea qualcosa dal nulla, nel caso di Freud c’è stata la genialità di mettere insieme e guardare avanti per applicare la conoscenza alla cura.

Il dopo Freud ha dato origine ad un dibattito che non si è mai spento, le critiche sono innumerevoli e non sempre costruttive, ma chi ha dato un parere interessante e utile all’evoluzione del pensiero freudiano, è stato, secondo il mio modo di intendere la filosofia e la modalità comunicativa dell’essere umano, lo psichiatra e filosofo svizzero Ludwig Binswanger (1881-1966) inventore dell’Antropoanalisi. Nota è la sua critica dell’homo natura freudiano considerata un’idea, nel senso che è una costruzione naturalistica. Binswanger riconosce l’importanza e il peso dell’opera freudiana, ma critica l’impianto teorico dell’homo natura, sostenendo che Freud considera l’uomo come un oggetto passivo sotto il dominio degli istinti. Sappiamo come il padre della Psicoanalisi consideri l’apparato psichico: costituito da Es (l’inconscio) Io (la consapevolezza) e Super Io (il censore); dare al desiderio il compito di spinta dal profondo dell’inconscio equivale ridurre l’homo natura in un’unica prospettiva. Per Binswanger l’uomo è molto di più, non è solo necessità da soddisfare ma un essere-nel-mondo: questa sarebbe la differenza tra visione naturalistica dell’uomo (homo natura) ed esistenza, tra scienza naturale ed antropologia. Freud ridurrebbe così la relazione tra molti con la relazione tra due: medico e paziente. Essere-nel-mondo significa avere un progetto di esistenza che entra in relazione con altri individui, perciò l’uomo, per Binswanger, non si può vedere solo come dominato dagli istinti ma come un essere in crescita dal punto di vista antropologico, proprio perché la relazione con gli altri lo spinge a mettersi in gioco come persona. Non solo corpo dominato da istinti, ma essere in crescita anche grazie all’azione della cultura, dell’arte e della spiritualità: pratiche dell’homo cultura.

Quando si è in relazione con una persona da ricondurre alla tranquillità dell’anima, una persona che deve comprendere e superare uno scoglio della vita, si è in due, ma in realtà si è in molti, tutti quelli che entrano in relazione con noi al di fuori di questo momento specifico. A chi mi chiede cos’è la consulenza filosofica, rispondo: per me è ascoltare chi mi sta di fronte nella piena consapevolezza che questa persona con la quale sto parlando vive in relazione con tante altre persone e che il suo progetto di vita si incontra-scontra con quello di altri. Anche per questa ragione l’esistenza diventa difficile, dobbiamo fare i conti con questi “altri” e le loro richieste a volte pressanti e difficili da soddisfare. Trovare un metodo personalizzato da applicare alle singole richieste, alle diverse criticità nelle differenti epoche della vita e far sì che questo metodo sia applicabile ad altre circostanze della vita futura di chi mi chiede aiuto, è il mio compito.

L’uomo con le sue esperienze si racconta attraverso linguaggi differenti: arte pittorica, poesia, musica e tante altre espressioni di quell’interiorità che preme e vuole uscire allo scoperto. Bisogna accoglierla, decodificarla e trovare la strada migliore per condurre la migliore esistenza tra le possibilità che ci sono date.

Maria Giovanna Farina, filosofa 


mercoledì 8 ottobre 2025

Amore e lacrime

 


Nel proprio intimo, ognuno desidera amare ed essere amato.

Non considerando il pianto come una reazione alla perdita di persone care, l’amore è una delle cause più frequenti per versare lacrime sia amare che dolci. Amore e lacrime sono un connubio presente in molti romanzi e film, cosiddetti “strappa lacrime”, tanto che una volta la bontà di un film era data dalla quantità di lacrime versate durante la sua visione. Gioia e dispiaceri amorosi sono parte importante e inseparabile del pianto per amore.

Chi non ha mai pianto per le pene d’amore? Credo proprio nessuno. Per amore si piange sia per la gioia di una conquista che per il dispiacere che una separazione inaspettata può arrecare e a volte si piange non tanto per la felice soluzione di una vicenda, ma per la tristezza di non aver amato quando era possibile farlo e per il senso di colpa da esso scaturito. E qui vale la pena di ricordare Freud quando parla di “Pianto di recupero” per indicare quelle lacrime che non sono state versate al momento giusto ma in seguito. Si può essere d’accordo o no su questa sua affermazione che va intesa in questi termini: esso si realizza quando un evento potenzialmente foriero di lacrime, non viene "capito" nel momento giusto, e l'eventuale pianto avviene in tempi successivi. Io sarei più propenso a credere che avviene in un secondo tempo non tanto perché non è stato capito ma perché in quel momento c’è un blocco emotivo tale da non permettere il pianto.

Il pianto ci può anche ricordare il nostro felice passato con la persona amata che ora non c'è più, non perché sia morta ma per il fatto che quando potevamo esprimere i nostri buoni sentimenti e comportarci con amore e bontà non l’abbiamo fatto..

Il traguardo di un amore è il matrimonio con la persona amata.

Ai matrimoni, di solito la sposa può sorridere oppure essere seria, ma difficilmente piange; piangono invece i genitori e i parenti della sposa che, interrogati sul motivo del loro pianto, immancabilmente dicono di essere felici per la ragazza che si è sposata, ma può essere invece che i genitori piangano perché la figlia non sia più in casa con loro e non possano più essere presenti nei momenti difficili per poterla aiutare.

Concludendo questo breve excursus posso dire che pianto e amore continueranno ad esistere come due amici, nemici, inseparabili. 

Max Bonfanti, filosofo analista @tutti i diritti riservati




La lezione di Platone


 Platone è di una disarmante attualità. In un momento storico così violento e confuso il filosofo ateniese allievo del grande Socrate può venirci in soccorso sia come singoli individui che come umanità. Nelle sue opere, i Dialoghi, Platone ci racconta di Eros (Amore) figlio di Penia e Poros: Eros è un semidio capace di comprendere l'essere umano; come la madre, una donna mortale, è sempre mancante mentre come il padre. Un dio, è sempre pronto a trovare espedienti per cavarsela. È vero infatti che l'amore è qualcosa che riempie le nostre mancanze e nasce da un desiderio profondo capace di spingere l'anima verso la bellezza e la verità. L'analisi platonica dell'amore è libertà da ogni teoria perché l'amore, metaforizzato dal putto alato che scaglia frecce, è per sua natura libero e ci fa innamorare quando non ce lo aspettiamo. Il desiderio di cui siamo costituiti spinge l'anima, sempre secondo il Nostro, a cercare la bellezza e la verità, il percorso parte dalla bellezza sensibile del corpo, che quindi non viene svalutato, per elevarsi a quella intellettuale delle idee e alla contemplazione del Bene. L'amore conduce ad una follia divina in grado di risvegliare l'anima e farle ricordare la sua origine nel mondo delle idee e la sua conseguente ispirazione ad una ritorno verso la perfezione. Platone individua una scala dove l'amore può elevarsi come ho raccontato e da ciò si può dedurre che l'amore è qualcosa che necessita di una lavoro quotidiano per giungere al suo livello più alto, allo stesso tempo questa progressione ci fa conoscere i vari livelli di Eros e ci educa ad una vita all'insegna di Eros/Amore nei vari settori dell'esistenza. A quanto pare il nostro mondo e le nostre società sembrano vivere senza quel amore capace di elevare oltre l'odio della violenza e della guerra. Nel 1920 Freud prendendo spunto da Platone ci ha parlato della forza opposta ad Eros ossia Thanatos, morte e distruzione, e allora mi chiedo: “Come mai nel 2025 siamo ancora sballottati tra due pulsioni opposte e abbiamo così tanta difficoltà a scegliere il Bene?”. Per poter rispondere a questa domanda credo si debba ancora una volta ritornare a Platone tenendo conto che anche alla sua epoca (cinque secoli a.C.) guerre, violenze e conflitti erano presenti. Il nostro filosofo ci descrive l'amore come tensione verso il Bello e il Bene, ma allo stesso tempo ci parla di uno stato in cui Eros si trova in perenne lotta; egli descrive uno stato di polemos, di guerra, all'interno dell'animo umano. Un conflitto che avviene fra la parte razionale e quella istintiva, nel dialogo Simposio, infatti, l'amore è in costante lotta contro ciò che è brutto. Possiamo dire che Amore combatte contro ciò che gli è opposto e questa lotta non ha mai fine; se dunque il conflitto è per natura dentro di noi, come possiamo immaginare di porvi fine fuori di noi? L'Amore, che è anche ricerca dell'unità perduta come Platone racconta nel Simposio, diventa per questa ragione cura contro ogni forma di scontro; nel dialogo citato egli ci espone il mito dell'Androgino, dell'epoca in cui gli esseri umani erano tre generi, delle sfere formate da due femmine, due maschi e da un maschio e una femmina. Zeus preoccupato della loro potenza li divise a metà con un fulmine creando la sofferenza e il bisogno di ricongiungimento che chiamiamo Amore. Abbiamo dunque una ferita atavica e per questo se non troviamo o ritroviamo l'Amore nella nostra vita avvertiamo una mancanza insanabile che ci porta ad allontanarci dal Bene. Se ne deduce che chi promuove la guerra non conosca l'Amore così come ce lo ha spiegato Platone: non sto scusando i guerrafondai ma cerco di fornire una risposta all'interrogativo “Perché la guerra ancora, ancora e ancora?”. Ecco perché c'è bisogno di Filosofia e di Platone. C'è bisogno di filosofia come cura in quanto il conflitto interiore non va gestito ma superato, la rabbia che le persone provano dentro di sé che appare sempre più nei social network e nella vita reale si cura e si supera con l'aiuto di quel Amore di Platone che entra nel dialogo curativo gestito dal filosofo. Ho parlato delle ragioni profonde poi ci sono quelle economiche che spingono alla guerre e su quelle Epoché, sospendo il giudizio almeno per ora. 

Maria Giovanna Farina, Filosofa e scrittrice


L'amore e la dipendenza

 


Durante l'estate ho viaggiato molto in treno, luogo privilegiato di osservazione, dove le persone sostano per ore e devono ingannare il tempo. Ho osservato e fatto statistiche: pochissimi libri di carta tra le mani, qualche tablet per leggere e-book, tantissimi smartphone e apparecchi di questo tipo impegnavano la quasi totalità dei presenti. Ho visto far scorrere gli schermi con i polpastrelli alla ricerca di ogni informazione, immagine, mail, messaggi....durante tutto il viaggio erano in compagnia di questo oggetto anche se nel sedile di fronte o di fianco c'era qualcuno. Il dialogo non era sempre assente ma intervallato senza interruzione dal contatto epidermico con il media digitale, quasi fosse un prolungamento della mano e allo stesso tempo una coperta di LinusQuesto comportamento mette in mostra l'insicurezza e il bisogno di contatto cercato però nella macchina: forse gli umani sono troppo difficili da comprendere? Accade perché l'oggetto inanimato si crede non possa deludere? Il media non è una parte del nostro corpo ma spinge per diventarlo, noi glielo permettiamo rinunciando a tante abilità comunicative naturali e alla libertà stessa. Chi dipende non è libero. Se riflettiamo, è molto diverso il rapporto con le parti del nostro corpo, esse sono parti di un tutto che ci fa vivere autonomamente nel mondo; se ne perdessimo alcune come le mani, i piedi, gli occhi...potremmo vivere ugualmente. Esse non sono cose da cui dipendiamo ma parti integranti di noi. Il media digitale ci mette in contatto col mondo ma ci allontana dai rapporti umani fatti di dialogo, fatti di parole nate e scambiate con l'altro che ci vive accanto. Il media digitale e ancor più il touch screen, lo schermo tattile, tende a diventare un prolungamento di noi, ci robotizza, ci fa diventare tutt'uno col media. Ma soprattutto ci fa illudere di essere onnipotenti: basta un tocco e il meccanismo inizia a funzionare. Forse, è da questa illusoria onnipotenza che si sta diventando dipendenti: crescendo avevamo giustamente perduto l'onnipotenza infantile rendendoci conto di essere uomini limitati, mortali e finalmente separati dalla mamma. Ora stiamo diventando onnipotenti di un'illusione digitale, sì, perché i bottoni del vero potere non appartengono ai comuni esseri di questo pianeta. In conclusione: la dipendenza dai media ci rende solo più deboli. Mentre si ripete, giustamente, che l'amore può dare dipendenza, non si focalizza a sufficienza de l fatto che stiamo diventando schiavi della tecnologia.

Maria Giovanna Farina, filosofa e consulente - ottobre 2025



martedì 1 luglio 2025

Cos'è la simpatia?

 


Perché proviamo simpatia per qualcuno? Che cosa ci rende simpatici agli altri? Non c’è nulla di razionale nella simpatia infatti si prova per qualcuno al di là della sua bellezza, bravura, moralità… Essa è qualcosa di diverso dall’amore anche se difficilmente si può provare antipatia per qualcuno che si ama. I filosofi non si sono molto occupati di definire la simpatia, un’analisi esauriente fu condotta dal filosofo tedesco Max Scheler (1874-1928) che fece una netta distinzione tra simpatia e contagio emotivo proprio di un gruppo. Si tratta di quel particolare stato emotivo che vivono ad esempio i fan di un cantante per cui provano la stessa emozione quando lo ascoltano ad un concerto. Questa non è simpatia perché la simpatia è il partecipare ai sentimenti di un’altra persona senza per questo condividerli. La simpatia è comprensione, affettività e magari un certo grado di amicizia senza perdere la propria individualità separata, perciò essa non annulla la diversità tra le persone ma si rivolge all’altro senza rimanere coinvolta nei suoi interessi. La simpatia permette di capire l’altro, di mettersi idealmente nei suoi panni e di scorgere eventualmente i problemi che sono nella sua vita. Con la simpatia si può provare dispiacimento, quando ad esempio un nostro amico perde il lavoro, ci dispiace, lo capiamo e comprendiamo il suo tormento, ma non stiamo male come lui. Concludendo, quando proviamo simpatia per qualcuno è utile approfondire la conoscenza perché la simpatia favorisce un rapporto paritario e di scambio. Alla domanda perché proviamo simpatia per qualcuno possiamo rispondere che chi ci è simpatico, al di là delle sue caratteristiche positive o negative, mette in scena parti di noi a cui siamo affezionati, questa è la ragione per cui è così facile entrare in sintonia e provare simpatia per quella persona. La simpatia è una forza di attrazione che scatta nei confronti di qualcuno, per cui essere se stessi è il modo migliore per essere simpatici. 
Maria Giovanna Farina

martedì 24 giugno 2025

Come realizzare i nostri progetti

 


I piccoli e i grandi progetti dell’esistenza hanno bisogno di una buona elaborazione per essere realizzati. Teniamo conto che progettare è l’attività peculiare dell’essere umano, è un’attività che sviluppa l’intelligenza e testimonia il nostro desiderio di vivere. A volte le idee ci frullano disordinatamente nella mente creandoci uno stato d’ansia e di insoddisfazione difficilmente gestibile perché non sappiamo se riusciremo mai a realizzarle. Quale strada percorrere per raggiungere l’obbiettivo, eliminare il disagio e avvicinarci alla felicità?

È necessario partire da progetti piccoli e di facile realizzazione come ad esempio assecondare il nostro desidero di dare un nuovo ordine al contenuto degli armadietti della cucina. 

- Se voglio un nuovo ordine vuol dire che quello attuale non mi soddisfa, perciò le idee nuove le scriverò su un quaderno

- Successivamente tra le idee che andrò ad appuntarmi farò delle scelte: quali tenere e quale cestinare

- Quando avrò deciso il nuovo ordine sarà il momento per iniziare i lavori

- Prima di svuotare gli armadietti devo trovare un piano d’appoggio provvisorio che non ostacoli i movimenti in casa   

- Ora potrò realizzare il mio progetto sicura della buona riuscita

Questo procedimento applicato ad una situazione molto semplice e non di difficile realizzazione ci dà il metodo, poi possiamo applicarlo a tutti i progetti della nostra vita anche i più ambiziosi. Se ad un certo punto dovesse intervenire nel nostro lavoro un atto creativo, quello non è soggetto a regole e lasciamo pure che si esprima. Lasciamolo venire alla luce così la felicità sarà completa! 

Maria Giovanna Farina

lunedì 23 giugno 2025

Conosciamo le nostre mancanze?

 


“Sapere di non sapere è sapere”. Possiamo considerare questa famosa frase di Socrate come il punto di partenza della ricerca di sé. Per ri-trovare se stessi è auspicabile iniziare il viaggio con questo presupposto. “Sapere di non sapere” significa essere consapevoli delle proprie mancanze e incapacità, questa ri-cerca può apparire una banalità, al contrario è meno facile di quanto si possa credere. Per orgoglio a volte non si vogliono prendere in considerazione le proprie carenze: “Io non sono capace di …, Io non sono in grado di…” sono affermazioni difficili da ammettere a se stessi, figuriamoci agli altri. La consapevolezza della propria ignoranza, per parafrasare Socrate, diventa anche il primo obiettivo di chi vuole conoscere se stesso. È un’operazione semplice e complicata allo stesso tempo e richiede un po’ di umiltà. Dobbiamo lasciar uscire il nostro essere dall’arroccamento di una chiusura troppo difensiva che ci offre una sola visione del reale, per abbracciare, al contrario, delle possibilità alternative. La ricerca della consapevolezza della propria incapacità vuol dire scoprire ad esempio che non siamo in grado di comprendere le esigenze altrui e di conseguenza non riusciamo ad instaurare buone relazioni. Non capiamo ad esempio nostra moglie o nostro marito. Perché siamo incapaci? Forse non sappiamo ascoltare, forse ascoltiamo solo quello che vogliamo udire e non quello che realmente ci viene comunicato. Forse ascoltiamo solo quello che ci conviene. Se siamo disposti a compiere questo primo passo, possiamo partire alla ricerca e alla scoperta di strumenti utili: il mio interlocutore è di fronte a me, lo osservo, confronto il suo linguaggio verbale con quello non verbale……. E così mi incammino verso l’altro. 

Maria Giovanna Farina

mercoledì 19 marzo 2025

Il grande dono della piccola Milly

 




il 7 ottobre 2024, la mia piccola Milly se ne è andata per sempre dopo una malattia, il cancro, che per fortuna non l'ha fatta soffrire: solo un po' dimagrita e indebolita. Se ne è andata in un secondo dopo aver fatto le feste come ogni mattina: non è ciò che desideriamo per chi amiamo? Sia esso un essere umano o un animale da compagnia speriamo che il passaggio avvenga senza sofferenza. L'amore, il vero amore, dovrebbe essere volere il bene dell'altro. Non nascondo di aver pensato: “Come faccio? Come posso sopportare la sua assenza? Non voglio più soffrire”. L'egoismo si è fatto vivo, inutile nascondere questo aspetto di noi, soffrire per una perdita è straziante e più l'amore è stato grande più sarà difficile elaborare il lutto. Come ci ha insegnato Sigmund Freud, che tra l'altro amava i cani e la sua ultima cagnolina Sophie gli è stata vicina fino alla fine della sua vita anche sotto la scrivania durante gli incontri con i pazienti, dobbiamo
elaborare il lutto. Questo difficile e doloroso passaggio consiste in tre fasi: la fase di diniego in cui si rifiuta la realtà della perdita e si cerca di continuare a fare le stesse cose come se chi abbiamo perduto sia ancora qui, la fase di accettazione nella quale viene ammessa la perdita e la fase di distacco con la capacità di poter investire su altre persone, animali, interessi o attività. È un percorso obbligato se vogliamo superare il dolore e mantenerci in salute nel corpo e nella mente e poi verrà il giorno che un nuovo animale entrerà nella nostra vita senza per questo scordare l'animaletto che abbiamo perduto. I canili sono colmi di amici a quatto zampe che esseri umani spregevoli hanno abbandonato e noi con un atto d'amore dobbiamo adottare.

Ciò che in questi momenti tristi mi risuona in testa sono le parole di papa Francesco che critica chi ama cani e gatti e non mette al mondo bambini. La Chiesa si è premurata di dire che non bisogna distorcere le parole del Pontefice perché Lui mette al centro l'uomo poi vien tutto il resto. Credo invece che il tutto sia collegato e che l'amore non conosca confini se non quelli che noi gli diamo. La mia esperienza di oltre quarant'anni di vita con un cane mi ha insegnato che ci sono famiglie felici con figli e con un amico a quatto zampe amato come uno di casa; i cani non sono il sostituto di nessuno, occupano il loro posto nella nostra vita che è solo il loro. Sono innocenti, fedeli e amorevoli esseri che per chi crede ha creato Dio e per chi non crede sono un grande dono della Natura. Benedetto XVI mi capirebbe visto che amava e viveva con i gatti prima di salire al Soglio di Pietro.

Non dimenticherò mai la mia piccola dolce Milly, lei continua a vivere dentro me. È stata una straordinaria e insostituibile compagna di vita. Ho scritto questo articolo come testimonianza, per dire che amare un animale aiuta a diventare esseri umani migliori; sono convinta che se si imparasse, senza condizionamenti culturali, a voler bene agli animali, a rispettarli, a considerarli soggetti e non oggetti al nostro servizio, in quel caso nel mondo ci sarebbe meno violenza, abuso e guerra. La definisco Pet-love-Therapy da inserire nell'educazione sentimentale contro ogni forma di violenza, essa ha inizio guardando negli occhi un cane: se si riuscirà ad abbandonare ogni resistenza, saremo sulla buona strada.

 Maria Giovanna Farina (marzo 2025 @tutti i diritti riservati)

La mia vita con Otto

 


La mia vita con Otto è iniziata tanti anni fa, quando avevo necessità di portare a casa un cucciolo per riempire una casa vuota.

Abbiamo sempre avuto cani grossi, a volte due in contemporanea, certi che si sarebbero fatti buona compagnia quando gli umani erano al lavoro, ma questo doveva essere speciale, questo doveva essere il mio compagno di vita e così, quando sono andata a scegliere in un allevamento importante il mio nuovo cucciolo (lo so che un cane va adottato e non acquistato, ma io cercavo proprio lui) mi sono trovata tra i piedi questa briciolina di pastore tedesco alsaziano che aveva 45-50 giorni. Avevo già adocchiato qualche altro esemplare un po' pò grande, ma la briciolina insisteva…La proprietaria dell'allevamento mi ha detto subito - no questo cagnolino non lo possiamo vendere perché ha un difetto e non possiamo far uscire dal nostro allevamento prestigioso un cane difettoso. A me sembrava perfetto, che difetto avrà mai, mi son chiesta…Chiedo come si chiama e così scopro che si chiama Otto.

- Otto? voglio proprio lui - No signora non si può

Siccome Otto era il soprannome nell'ufficio in Germania con cui veniva chiamato mio marito che era andato in cielo, potevo io lasciar perdere? Vi pare che io potessi cedere le armi e non insistere, quando a me era parso un segno del destino? No, ho detto, io voglio solo lui e quindi dopo una bella discussione l’ho spuntata. Non posso darle il pedigree, ma cosa vuole che me ne importi Non posso venderlo a prezzo pieno con fattura, meglio ancora…Alla fine il cucciolino è stato mio e ci siamo accordate che l’avrei ritirato allo scadere dei giorni dello svezzamento. Cosa aveva di così grave, questo terribile difetto in cosa consisteva? Semplicemente la sua zampotta posteriore sinistra non aveva il quinto dito, perché la sua mamma al momento del parto, podalico, inavvertitamente lo aveva strappato. Lo avrei preso anche senza la zampa intera, figurati un mignolino. Io già da allora sapevo che sarebbe stato un cane speciale, che avrebbe riempito ogni mia giornata di amore impegno e dedizione; e infatti Otto si è sempre dimostrato un cane molto buono molto obbediente. Dicono tutti gli addestratori, anche chi si è occupato di noi, che il proprio cane ti assomiglia. Io non urlo mai, non alzo la voce, non sono nervosa e il mio cane è esattamente così, tranquillo pacioso e non abbaia se non in momenti eccezionali. Abbiamo vissuto anni belli insieme e Otto, star di FB, è molto amato anche dai miei famigliari, amici, vicini, conoscenti che lo riempiono di dolcetti. In casa essendo solo io e lui ci siamo sempre di più affezionati: io sono il capobranco e lui sin da piccolo mi ha sempre guardato con i suoi occhi buoni con i suoi occhi adoranti dimostrando una piena fiducia in me. Lui lo sa che io non gli farei niente di male che non lo danneggerei mai e anche quando gli do un cibo o una bevanda sconosciuta, lui, non come fanno certi altri cani che prima assaggiano dubbiosi e poi si convincono, lui prende qualsiasi cosa da me perché sa che non lo tradirei mai, che sono solo cose che gli fanno bene. Quando qualche volta mi capita di toccarlo in una delle sue parti doloranti o magari mi capita di schiacciargli la coda, io dico subito - scusa scusa amore mio e lui lo sa che è stato una cosa accidentale e neanche fa il verso di lamentarsi. È stato così per questi dodici anni ed è così adesso, lui è un cagnolone sempre meraviglioso ma ormai parecchio anziano e in questo momento siamo due anime in pena, due vecchietti che si sorreggono a vicenda. Ci ha un po' influenzato negativamente anche il periodo del Covid; quegli anni e quel lockdown in cui abbiamo convissuto 24 ore su 24 un po' in casa un po' in giardino un po' nelle passeggiate all'esterno, ma sempre lui e io, io e lui da soli, sono stati un periodo in cui ci siamo proprio attaccati uno all'altro e adesso, in questo momento, questa è la cosa che crea più problemi perché certo, io non lo abbandonerò mai, ma faccio un po' fatica anche a lasciarlo a lungo. Ora che non sta benissimo, che è più insicuro, posso lasciarlo per qualche ora, ma non una giornata intera, tanto meno per una notte. Anche se durante i miei numerosi viaggi veniva accudito e coccolato da tante persone amiche, ora non si può, anzi nemmeno io lo voglio più fare. Prova ne sia che da quando lui non sta bene, e sono circa 2-3 anni, io sto fuori casa qualche ora al giorno per far poi ritorno o qualche ora il pomeriggio e poi ritorno, perché questo è il limite massimo che lui può sopportare. Lui sa, ed è così, che io da lui torno presto; che io esca a piedi o in macchina, da sola o con altre persone, io torno da lui sempre. E lo faccio con piacere. 


Non potrei davvero mai più stare fuori una notte, perché adesso sono sicura che una notte sarebbe per lui la fine, quindi io rispetto questa situazione, non esco né la sera né per giornate intere. Quando era piccolo amava dormire fuori, adesso esce solo in giardino per espletare i suoi bisogni con un occhio di riguardo alla porta (mica che si chiuda e lo lasci fuori); è anche molto furbo, molto astuto: siccome dopo un'uscita in giardino lo aspetta un biscotto, a volte chiede di uscire fa un giro intorno al portico e rientra. Questo per sottolineare che ha ancora una voracità che lo farebbe mangiare tutto il giorno. A fronte di un amore così grande non c'è né fatica né l’impegno che richiede l'accudimento di un cane di 55 kg, che tenga; tutto viene sempre ripagato in sovrappiù. Lui non lo sa di essere un cane di quella stazza, perché si è sempre mosso in modo agile, è sempre corso al cancello abbattendosi contro ad ogni suonata di campanello (certo la sua massa poderosa e la sua irruenza fa impressione a chi si trova al di là, se solo sapessero che appena dentro il cancello sarebbero solo annusati e leccati!); dicevo lui non sa di essere così pesante, infatti spesso appoggia il suo sederone sui miei piedi, come se fosse un peso piuma o in alte occasioni spinge per arrivare primo e rischia di farti sbandare o picchiare contro il muro…Sono delle sensazioni belle queste che mi uniscono al mio cane, il mio compagno di vita da tanto tempo; ormai senza di lui la casa sarebbe vuota e io lo so che questo prima o poi dovrà succedere. Gli altri miei cani tutti pastori, a 12 anni sono mancati; lui è ammalato, ma si gestisce molto bene le sue cose e io ho imparato a curarlo meglio di un veterinario, tant’è che anche le ultime visite di controllo sono state molto soddisfacenti. Quando lo guardo e gli parlo (io parlo con lui sempre) gli dico di non lasciarmi tanto presto e lui gira la testa verso destra e poi verso sinistra, con quel suo sguardo sempre innamorato che fa capire che sa intuire quello che gli dico. Lo so che quando succederà sarà una cosa terribile e succederà, ma questo non mi deve impedire di godere degli ultimi mesi/ anni che la vita insieme a lui mi può regalare. In casa gironzola in assoluta autonomia e indipendenza, anche una gattina (io adoro i gatti, esseri affascinanti e liberi), la quale appena arrivata in casa con questo pastore tedesco grande venti volte più di lei, quando non sapeva dove andare, si rifugiava di notte sul portico tra le sue zampe per ripararsi dal freddo, e anche ora sono grandi amici. La sera, quando io li ho ai miei piedi davanti alla televisione, si strusciano l'uno con l'altro e a volte si scambiano il cibo. E la casa fiorisce d’amore. Ecco, tutto qui, la nostra vita è bella e piena di peli! Penso che queste parole le leggeranno persone che sanno che cosa vuol dire avere e amare un animale o persone che hanno avuto un animale; agli altri sembra sempre strano e sciocco rinunciare a qualche cosa, a un viaggio a una festa a una cena, pur di non lasciare da solo il tuo cane, ma per noi non è così, vero?

Giuliana Pedroli, giornalista (marzo 2025 @tutti i diritti riservati)

Il nostro amore per Milly

Milly in viaggio con Maria Giovanna

 


Gli animali fanno parte integrante della nostra vita, sono molte le famiglie in cui c’è anche un animale che dà e riceve affetto. Sin dai tempi antichi, nella poesia e nel linguaggio comune, gli animali hanno spesso simboleggiato qualche aspetto dell’animo umano, buono o cattivo, portato all’eccesso. Da sempre infatti il cane simboleggia la fedeltà, il leone la forza e il coraggio, lo sciacallo la vigliaccheria. Pensiamo alla favola La cicala e la formica di La Fontaine dove la formica rappresenta la previdente laboriosità mentre la cicala l’imprevidenza e con il suo continuo cantare non pensa a far provviste per l’inverno. Questa, come tutte le altre favole, ha una morale che indica all’uomo la ragionevole via da seguire durante l’esistenza. Possiamo affermare che l’uomo vede nell’animale se stesso sia nelle parti nobili che in quelle meno nobili ed è questo il motivo prioritario per cui cerca la compagnia di un animale. Ma è anche vero che l’uomo pur essendo più intelligente non possiede alcune doti che invece possiede ad esempio il suo cane: il fiuto, l’udito e la sensibilità. C’è chi nel cane trova veramente un amico, può far sorridere vedere un uomo fare lunghi discorsi col proprio cane perché si è soliti pensare che esso non capisca nulla, in realtà se non afferra il significato di tutte le parole comprende il dolce suono di una voce ricca di affetto. E allora come mai ogni anno tanti animali da compagnia vengono crudelmente abbandonati? Perché l’uomo per natura non è un compagno fedele e troppo spesso dimentica la fedeltà ricevuta. Inoltre non considera il fatto che se pur meno intelligente l’animale non è un oggetto, ma un essere vivente che prova sensazioni ed emozioni. È una colpa essere meno intelligenti dell’uomo? Rispondiamo con una considerazione di Leonardo da Vinci il quale sosteneva che l’uomo sarà veramente civile quando tratterà gli animali come suoi pari.

Abbiamo voluto fare questa breve riflessione per dedicare il numero 51 de L'accento di Socrate al cane. Ci siamo resi conto quanto chi scrive da sempre su questa rivista ami gli animali e in particolare i cani, crediamo di fare un dono ai lettori aprendo la nostra anima e, mettendo a nudo i nostri sentimenti, abbiamo la speranza di lanciare un messaggio d'amore: i cani sono esseri speciali da amare per sempre anche quando non sono più tra noi come la nostra cara e tenera Milly che noi due abbiamo liberato insieme dal canile. Con noi ha condiviso la sua vita, una vita felice e piena di allegria, ha donato ad entrambi momenti indimenticabili. Perderla è stato straziante, ci resta il ricordo che è amore puro. Siamo felici di averla avuta nelle nostre vite. 

Milly appena uscita dal canile a 8 mesi

di Maria Giovanna Farina e Max Bonfanti 

(marzo 2025 @tutti i diritti riservati)

Piccoli passi per realizzare un progetto

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