pensieri, riflessioni e idee da condividere
mercoledì 27 maggio 2026
IL MAESTRO E L’ALUNNA
Salone del libro di Torino
Cala il sipario sulla XXXVIII edizione del
Salone del Libro di Torino 2026
“Il mondo salvato dai ragazzini”. E’ stato il tema fondante del Salone del Libro di Torino 2026, tra arte, cinema, sport, editoria, informazione, leggerezza, romanzi di vita, saggi e tanto altro. Un grande successo di pubblico che ha visto 254.000 visitatori, con 23.000 presenze in più rispetto allo scorso anno e una crescita di pubblico Under 35. Numeri che parlano chiaro di un interesse culturale che lievita di anno in anno in maniera esponenziale. E poi c’è il cuore, la parte emozionale, i sentimenti che accompagnano romanticamente lo sfogliar delle pagine racchiuse in volumi che magari fanno parte di giovani scrittori - autori neofiti - i quali si approcciano alla letteratura per la prima volta e in cui stride quella forma stereotipata di dire e pensarla come una “Fatica letteraria”. Non può esserci fatica letteraria quando tu cominci a scrivere il tuo primo libro con l’entusiasmo di chi inizia a sognare di presentarlo magari in un piccolo stand di quello che per antonomasia viene definito come il luogo dell’editoria grande e piccola, della cultura esposta, offerta a tutti e senza alcuna riserva di diversità dei popoli, delle religioni, delle tendenze politiche e sociali. E’ la letteratura che unisce, abbraccia, che ti fa riflettere nell’importanza concreta della pace senza alcun effetto romantico, ma con tanta forza di convincimento nel valore della fratellanza. E tra quegli stand c’è pure il firma copie di autori giovani e altri affermati, che sognano e non capiscono ancora, nonostante il frastuono indescrivibile prodotto dalla fiumana dei visitatori, se sono desti o se ancora vivono il loro sogno ad occhi aperti. E’ quello che ho percepito negli occhi e nell’anima di chi orgogliosamente ha visto acquistare o anche solo sfogliare con interesse e curiosità la propria creatura letteraria esposta sui banchi degli stand. E’ veramente bello tutto ciò! Sì, è bello perché ti gratifica, non certo dal punto di vista economico – commerciale, ma per quel senso carezzevole che è dato dall’arrivare con orgoglio là dove hai sempre sperato, sognato. E poi artisti, cantanti, illustri personaggi della letteratura, della televisione, del teatro, della musica, dello sport e di tutti i campi dell’arte internazionale, si sono avvicendati in cinque giorni carichi di un entusiasmo che si rinnova nell’interesse della lettura. Eppure c’è ancora qualcuno che, nonostante questo successo annuale del Salone del Libro di Torino riesce ancora a minimizzarne l’importanza, quasi a volere porre lo squallido accento, in forma prosaica, sull’esclusivo punto di interessi economici, in cui ogni editore, pur con tutta la voglia di vendere, presenta di tutto senza selezionare libri e autori di ottima qualità letteraria. Personalmente mi dissocio da questo pensiero disfattista, capace di porre barriere a nuovi ed entusiasti giovani autori che muovono i primi passi nel campo letterario e hanno bisogno di essere aiutati a diventare importanti firme del futuro. In tutti c’è uno stile di scrittura da rispettare, ma, soprattutto, c’è l’anima, la passione, il convincimento che attraverso il proprio comporre storie, romanzi, saggi e tanto altro, si produce una relazione, un contatto fatto di empatia con il lettore, chiunque esso sia. E allora bimbi, ragazzi, giovani, diversamente giovani di ogni età, cultura e colore della pelle, sono stati attratti dagli autori che hanno qualcosa da dirci, da proporci, da rendere interessante. Ecco, credo proprio che questo sia il messaggio universale dato dal Salone del Libro di Torino che resta la voce di ogni genere letterario, il quale tende a unire i popoli e mai disgregarli. La pace, in fondo, è data dal pensiero filosofico che tutto avviene tramite la riflessione di vita, il cui apporto viene dato dall’anima di chi scrive e trasmette a chi legge.
Salvino Cavallaro
I cinque punti dell'amicizia
acrilico su tela di Flavio Lappo
L'amicizia non è solo un legame affettivo, ma un vero e proprio progetto etico. Ecco i punti più importanti su cui riflettere:
1. L'amicizia come cura e ascolto
L'amicizia autentica si fonda sulla capacità di ascolto attivo. Non è un semplice "passare del tempo insieme", ma un atto di cura verso l'altro. In un mondo dominato dalla fretta e dalla comunicazione superficiale (specialmente quella digitale), l'amicizia rappresenta uno spazio sacro dove l'individuo viene riconosciuto e accolto nella sua interezza.
2. La reciprocità e il "Donarsi"
Un concetto che mi è caro è quello del dono. L'amico è colui che dona tempo, attenzione e sincerità senza l'aspettativa di un tornaconto immediato, ma con la consapevolezza della reciprocità.
L'amicizia vera: Si basa sull'uguaglianza e sul mutuo sostegno.
L'amicizia utilitaristica: è una forma vuota che svanisce quando cessa il bisogno.
3. L'Amicizia come specchio di sé
L'amico funge da specchio. Attraverso il confronto con l'altro, impariamo a conoscere meglio noi stessi. L'amico è colui che ha il coraggio della "parresia" (la sincerità assoluta), ovvero colui che ci dice la verità anche quando è scomoda, aiutandoci nel nostro percorso di crescita personale.
4. Il legame tra Amicizia e Amore
In molti scritti ho sottolineato come l'amicizia sia spesso la base solida di ogni relazione d'amore duratura. Senza una profonda stima amicale, l'eros rischia di essere effimero. L'amicizia è dunque la forma più alta di legame umano perché è libera da molti dei vincoli di possesso che a volte inquinano le relazioni sentimentali.
5. Il ruolo della gentilezza
Infine lego strettamente l'amicizia al concetto di gentilezza. Essere amici significa praticare una gentilezza non di facciata, ma strutturale, che permette di superare i conflitti e di mantenere vivo il legame nonostante le inevitabili difficoltà della vita.
Maria Giovanna Farina, filosofa
Il ciclo della vita
vita ----------morte----------vita
Prendiamo ad esempio la morte di un qualsiasi essere vivente, già nel momento stesso che il cuore smette di battere inizia un processo di decomposizione dal quale si forme
ranno diverse forme di vita differenti dalla materia dalla quale hanno avuto origine. Con ciò non intendo affermare la credenza della metempsicosi che è un processo alla cui base c’è una forma di spiritualità oltre quella fisica, (alla morte lo spirito trasmigra in un altro essere vivente che a seconda delle credenze può anche essere di una qualunque altra specie), bensì una trasformazione esclusivamente materiale.
Da un certo punto di vista potrebbe anche sembrare lusinghiero pensare che la nostra dipartita possa essere di ausilio alla formazione di un’altra esistenza anche se diversa da noi, ma per la maggior parte è molto più rasserenante pensare ad una vita ultraterrena.
Max Bonfanti, filosofo analista @Tutti i diritti riservati
Educazione sentimentale
Metropolitan Flower-160 x80 tecnica mista e collage su tela
L'educazione sentimentale è uno strumento fondamentale per prevenire la violenza di genere. L'amore deve essere insegnato fin da piccoli come una pratica di rispetto e libertà, ponendosi come antitesi a ogni forma di possesso e sopraffazione. In questo breve articolo desidero lasciare ai lettori de L'accento di Socrate un breve riassunto del mio pensiero.
Ritengo fondamentale ricordare alcuni punti imprescindibili:
Contro la logica del possesso: L'educazione sentimentale deve sradicare l'idea che l'altro sia una propria proprietà. Spesso, dietro gesti estremi, si cela l'incapacità di accettare l'autonomia della persona amata.
Il principio della "cura": avere cura dell'amore. Questa cura ha una duplice valenza: proteggere il sentimento e utilizzarlo come mezzo di "guarigione" interiore, per superare i malesseri e le paure.
Il rispetto della scelta: Amare significa volere il bene dell'altro, il che include il diritto di essere "lasciate vivere" o di veder terminata la relazione.
Educazione precoce ed emotiva: I sentimenti vanno compresi fin dall'infanzia. Solo imparando a gestire le proprie emozioni si costruiscono relazioni sane e paritarie.
È fondamentale cambiare il linguaggio e l'approccio culturale per estirpare la radice del femminicidio.
Maria Giovanna Farina, filosofa @Tutti i diritti riservati
Echi dal passato: Seneca
Le “Lettere a Lucilio” sono una raccolta di 124 epistole filosofiche scritte dal filosofo stoico Lucio Anneo Seneca. Composte tra il 62 e il 65 d.C., sono l'opera più matura e celebre del filosofo, pensata per guidare l'amico Lucilio nel suo percorso verso la saggezza interiore.
Ci tengo a sottolineare la Lettera 1, qui Seneca esorta Lucilio a riprendersi il possesso di se stesso attraverso concetti del tutto adatti alla nostra contemporaneità:
- Seneca spiega che una parte del nostro tempo ci viene sottratta con la forza, una parte ci viene sottratta di nascosto, ma la perdita più vergognosa è quella che avviene per nostra stessa negligenza.
- La vita scorre mentre rimandiamo. La maggior parte della vita ci sfugge mentre facciamo cose sbagliate, gran parte mentre non facciamo nulla e tutta la vita mentre siamo occupati a fare altro.
- L'illusione del futuro. L'errore più grande degli uomini è vedere la morte davanti a sé, nel futuro. Seneca afferma che gran parte della morte è già alle nostre spalle: tutto il tempo che abbiamo già vissuto appartiene già alla morte.
Infine. Gli esseri umani si arrabbiano se qualcuno ruba loro del denaro o dei beni terrestri, ma lasciano che gli altri rubino il loro tempo senza dare alcun valore a quest'unico bene che, una volta perso, non si può più restituire.
La Redazione
Il tempo dell'amore
Sognare che il tempo
dell'amore
non sia mai passato con gli anni
un futuro che si
desta d'alba luminosa
per tornare a rallegrare sole
d'estate
i giorni grigi e cupi dell' inverno
Non posso
smettere di aspettare te
dalle alte cime dei pensieri silenti
e
in ogni angolo bello della nostra città
che si fa respiro e
sogno d'incontrarti
per sederci al Blue Caffe a narrarci per
ore
Non è che un attimo adorno di illusione e nostalgia
mi dico quando
sovrappensiero
ti scorgo sorriso indelebile tra la folla
e il frastuono di chi
veloce e indaffarato va
per le vie dove tutto e niente è mai
cambiato
E tu sei ancora lì
emozionato e fiero
alla sosta del tram ad aspettarmi ogni volta
che un refolo di vento ti
riporta a me
e sa di fiori freschi mai appassiti
mentre corollano impavidi
d'amore tra le tue mani
Pensieri e speranze danzano ribelli
e s'intrecciano liberi e colmi di vita
mi guardo sorridere di nuovo giovane allo specchio
Indosso gli abbracci dimentico gli affanni
il mondo è ancora meraviglioso con te.
Antonella Massa @tutti i diritti riservati
Buon compleanno Socrate!
Socrate (470 a.C.-399 a.C.), il primo filosofo della filosofia occidentale ad occuparsi dell'interiorità umana, è l'ispiratore della mia filosofia pratica e visto che questa rivista è dedicata a lui: ecco una sintesi del suo pensiero.
Socrate aiutava l'interlocutore a "partorire" la verità che portava già dentro di sé.
3. La ricerca della Virtù e l'Intellettualismo Etico
Per Socrate, la virtù non è un dono innato o una questione di nobiltà di sangue, ma è scienza, ovvero una forma di conoscenza che si può apprendere.
Intellettualismo etico: Socrate sosteneva che chi conosce il bene fa il bene. Di conseguenza, il male non è frutto di una volontà malvagia, ma dell'ignoranza. Chi compie un'azione malvagia lo fa perché scambia quel male per un bene transitorio (ad esempio, il proprio tornaconto).
4. Il "Conosci te stesso" e il Demone
Riprendendo il celebre motto del tempio di Apollo a Delfi ("Conosci te stesso"), Socrate esorta l'uomo a guardarsi dentro per scoprire la propria essenza, che risiede nell'anima e nella ragione.
In questa ricerca interiore, Socrate faceva spesso riferimento a un "daimónion" (un demone o guida divina): una voce interiore che non gli diceva mai cosa fare, ma lo tratteneva dal compiere azioni ingiuste o dannose.
5. La Condanna a Morte e la Fedeltà alle Leggi
Nel 399 a.C., Socrate fu processato ad Atene con le accuse di empietà (non credere agli dei della città) e di corruzione dei giovani. Rifiutò di fuggire dal carcere, nonostante i suoi discepoli avessero organizzato l'evasione, e scelse di bere la cicuta. Per Socrate, rispettare le leggi della propria città – anche quando sono ingiuste – era un dovere morale assoluto: violare la legge avrebbe significato distruggere il patto sociale su cui si fonda la convivenza umana.
Ogni lapide è un romanzo
Ogni qualvolta mi reco al cimitero per trovare persone care ivi sepolte non posso fare a meno di soffermarmi, seppure di sfuggita, sulle innumerevoli tombe, in particolare sulle scritte impresse sulle lapidi.
Accade però, a volte, che alcune scritte mi attraggano più delle altre e mi fermi a leggerle. È da queste letture che ho tratto la frase che ogni lapide è un romanzo.
Il contenuto delle scritte inevitabilmente mi porta ad andare oltre la semplice lettura ma a fantasticare sulla vita di quelle persone, giovani o vecchie che siano, ad immaginare le innumerevoli biografie in potenza. Biografie che trattandosi di gente sconosciuta sarebbero prive di interesse per i più, ma per me rivestono quel velo di mistero che mi porta a cercare un’empatia nascosta al punto di immedesimarmi e cercare di capire quanto abbiano potuto provare in determinati momenti della loro esistenza. Un tentativo che potrebbe definirsi impossibile già in partenza, ma le capacità della mente a volte riescono a superare anche limiti inimmaginabili ed è quello che cerco di fare.
Un giorno, fermo davanti ad una lapide che mi aveva particolarmente colpito, la foto di una giovane donna adornata da una stella alpina, una piccozza scolpita sul freddo marmo, un nome e una data 1985 – 2005 con incisa la scritta: “Un triste destino ti ha portata via dai monti che tu amavi tanto e non vedranno più il tuo dolce sorriso. La mamma.” nel culmine del mio peregrinare nella mente, una voce alle mie spalle: “La conosceva?” non mi ero neppure accorto tanto ero assorto che una signora mi si era avvicinata ponendomi quella domanda.
- No, risposi.
- Mi scusi, ma l’ho vista così assorta che pensavo la conoscesse.
- No, non la conoscevo ma sono rimasto incantato dalla sepoltura, sa anch’io sono un grande appassionato della montagna.
- L’avevo immaginato. Io sono la mamma.
- Non posso che comunicarle il mio dolore. Anche se non la conoscevo mi sarebbe piaciuto molto conoscerla: gli appassionati della montagna sono una grande famiglia.
- È vero.
Parlammo a lungo e contrariamente a quanto pensassi non fu una disgrazia montana a portarla via a soli vent’anni da ciò che amava, ma una tanto crudele quanto imperdonabile malattia.
Mi raccontò molto di Claudia, così si chiamava, capii che anche dopo tanti anni il dolore era ancora vivo e il desiderio di sfogarsi da quella ingiustizia era ancora irrefrenabile. L’ascoltai in religioso silenzio e lentamente ci avviammo verso l’uscita.
Max Bonfanti, filosofo analista (@tutti i diritti riservati)
Il significato del pianto
Il tema del pianto è molto interessante per chi si occupa di filosofia come cura e per questa ragione ho voluto scrivere questo articolo in riferimento a ciò che di questo argomento mi ha insegnato il collega ed amico Max Bonfanti, filosofo contemporaneo noto per le sue riflessioni sulla fenomenologia dei sentimenti e sull'antropologia del quotidiano. Egli propone una visione del pianto molto lontana dalla semplice reazione emotiva o dallo "sfogo" biologico. Per Bonfanti, il pianto è un vero e proprio dispositivo conoscitivo. Ecco i punti cardine del suo pensiero su questo tema.
1. Il Pianto come "Crollo della Parola"
Bonfanti sostiene che si piange quando il linguaggio verbale fallisce. Il pianto non è "assenza di pensiero", ma il momento in cui l'esperienza vissuta è talmente densa da non poter essere racchiusa in una frase sintatticamente corretta. È, citando il suo stile, "l'ultima frontiera dell'espressione prima del silenzio".
2. Dimensione Etica e Apertura
A differenza di altre visioni che vedono il pianto come una debolezza, Bonfanti lo interpreta come un atto di estrema onestà intellettuale.
Vulnerabilità: Piangere significa accettare la propria finitezza.
Relazione: Il pianto è un appello muto che "obbliga" l'altro a uscire dall'indifferenza, creando un ponte etico immediato tra le persone.
3. La "Trasparenza del Dolore"
Bonfanti distingue tra il pianto di disperazione e quello di commozione:
Il pianto amaro: è la reazione a un'ingiustizia subita dalla realtà.
Il pianto "lucido": è quello che scaturisce dalla bellezza estrema o dalla verità improvvisa. In questo caso, le lacrime fungono da "lente" che purifica lo sguardo, permettendoci di vedere le cose come sono veramente, senza il filtro dell'ego.
"Le lacrime non lavano solo gli occhi, ma l'intero orizzonte del nostro stare al mondo." — questa è la sintesi del pensiero di M. Bonfanti
Sostanzialmente, per Bonfanti il pianto è l'unico momento in cui il corpo e la mente smettono di lottare tra loro e si fondono in un'unica verità visibile.
"Le lacrime non lavano solo gli occhi, ma l'intero orizzonte del nostro stare al mondo." Posiamo considerare questa frase la sintesi del pensiero di Max Bonfanti,
sostanzialmente, per lui il pianto è l'unico momento in cui il corpo e la mente smettono di lottare tra loro e si fondono in un'unica verità visibile.
Maria Giovanna Farina, filosofa (@Tutti i diritti riservati)
Pregiudizio su pregiudizi
Cosa sono i pregiudizi, se non giudizi formulati in maniera affrettata per dare ordine ai nostri pensieri e gestire le nostre emozioni? Si tratta di atteggiamenti positivi o negativi, che noi abbiamo nei confronti delle persone o dei gruppi sociali.
È naturale che la nostra mente ragioni anche per pregiudizi. Non siamo dei computer che elaborano centinaia di informazioni al secondo riuscendo a prendere la decisione più logica. E, come sappiamo, nemmeno l’intelligenza artificiale elabora informazioni in maniera sempre perfetta. Figuriamoci l'essere umano, che di solito mette in campo euristiche nel momento in cui si trova a brancolare nella moltitudine di stimoli che lo colpiscono di continuo e in mezzo ai quali deve districarsi per condurre la sua vita.
Le euristiche, per intenderci, sono strategie mentali messe in atto quando dobbiamo prendere delle decisioni, a volte su questioni minute, altre volte più importanti, e rappresentano una sorta di faro. In base all'esperienza o alla disponibilità in memoria delle informazioni che ci servono o anche in base a quanto ciò che abbiamo davanti rappresenta o simula situazioni note, in base a tutto ciò noi non rimaniamo paralizzati e portiamo avanti le nostre scelte. È ovvio che le euristiche, in quanto scorciatoie mentali, ci guidano, spesso in automatico. Faccio un esempio: se vedo un uomo vestito elegantemente e con una ventiquattrore in mano e mi chiedono se è più probabile che quest'uomo sia un imbianchino piuttosto che un avvocato, propenderò per la seconda possibilità. Razionalmente, poiché le alternative sono due (imbianchino piuttosto che avvocato), c’è il cinquanta per cento di probabilità che quell’uomo sia imbianchino e il cinquanta per cento avvocato. Ma è inevitabile che l’aspetto ci condizioni, almeno in prima battuta. L'euristica ci consente di decidere la probabilità di un evento in base a quanto quell'evento è rappresentativo di una categoria. Questo, se ci pensate bene, ci guida ma genera anche pregiudizio. Il rischio di sbagliare nelle nostre valutazioni è sempre dietro l'angolo. Ma, come si dice, vivere comporta anche sbagliare. Spesso arriviamo a conclusioni affrettate nell'esprimere i nostri giudizi o nel prendere le nostre decisioni. E se questo può essere innocuo in tanti casi, in taluni altri può essere un boomerang, qualcosa che ci si ritorce contro oppure che può danneggiare gli altri.
In definitiva, la nostra mente, per gestire miliardi di informazioni, semplifica e va avanti nei propri ragionamenti, anche errando. Mente chi dice di non avere pregiudizi perché è qualcosa di connaturato alla mente umana. Se su qualcuno o su determinate categorie sociali abbiamo delle esperienze di un certo tipo, dirette oppure indirette per tramite degli altri, è inevitabile che di fronte a una nuova esperienza, simile alla precedente, tendiamo ad applicare le etichette e le categorie che abbiamo già immagazzinato. Fa parte proprio di un meccanismo di risparmio di risorse mentali. Ecco, non bisogna avere, a mio avviso, il pregiudizio verso il pregiudizio, primo perché non è qualcosa che possiamo del tutto controllare - e ricordiamo che noi siamo anche fortemente condizionati dalle nostre emozioni più profonde - e in secondo luogo perché il pregiudizio può essere un punto di partenza. La cosa davvero importante è quella di provare a essere lucidi e il più possibile onesti con se stessi ovvero lavorare sulla nostra autoconsapevolezza, per fermarci là dove i nostri atteggiamenti possono danneggiare qualcuno o qualcosa. Essere autoconsapevoli significa rendersi conto, ad esempio, che abbiamo formulato un giudizio su qualcuno perché abbiamo assorbito categorie del nostro contesto o perché abbiamo avuto delle esperienze in precedenza. Dobbiamo provare a essere aperti mentalmente, disponibili a mettere in discussione i nostri pregiudizi, che ripeto costellano di continuo la nostra giornata. Più siamo disposti a mettere in discussione le nostre valutazioni, più potremmo utilizzare i nostri pregiudizi come punto di partenza per scoprire se quel giudizio formulato anzitempo è fondato oppure se è solo una barriera mentale che va assolutamente superata per aprirsi a una conoscenza autentica e più profonda.
Eleonora Castellano
Docente di Filosofia e Scienze Umane (@tutti i diritti riservati)
IV Comandamento: Onora il padre e la madre
Sono del parere che per poter parlare di un argomento sia necessario avere almeno una discreta conoscenza di ciò su cui si vuole dissertare.
Troppo spesso si sentono affermazioni solo perché sentito dire, ciò non va bene e come diceva Giacomo Leopardi credere una cosa solo perché si è udito dirla e non perché si è avuto cura di esaminarla fa torto all’intelletto dell’uomo.
Concordo in pieno con le parole del Poeta!
Per esempio prima di fare affermazioni azzardate o lacunose in campo religioso suggerisco a tutti, credenti e non, di dare almeno un’occhiata al Catechismo della Chiesa Cattolica che non è quello che si fa studiare ai bambini per ricevere i sacramenti della Prima Comunione e Cresima, ma qualcosa di molto più consistente e soprattutto interessante. (È un volume di circa 800 pagine)
Vorrei iniziare col commentare il Decalogo leggendo alcune specifiche del quarto comandamento: Onora il padre e la madre “Il quarto comandamento si rivolge espressamente ai figli in ordine alle loro relazioni con il padre e con la madre, essendo questa relazione la più universale. Concerne parimenti i rapporti di parentela con i membri del gruppo familiare. Chiede di tributare onore, affetto e riconoscenza ai nonni e agli antenati. Si estende infine ai doveri degli alunni nei confronti degli insegnanti, dei dipendenti nei confronti dei datori di lavoro, dei subordinati nei confronti dei loro superiori, dei cittadini verso la loro patria, verso i pubblici amministratori e i governanti. Questo comandamento implica e sottintende i doveri dei genitori, tutori, docenti, capi, magistrati, governanti, di tutti coloro che esercitano un'autorità su altri o su una comunità di persone.”
Come è possibile vedere il comandamento non si limita al rispetto per i soli i genitori, ma va ben oltre e soprattutto non è unidirezionale nel senso che il rispetto deve essere reciproco.
Max Bonfanti, filosofo analista (@Tutti i diritti riservati
Fare del bene… fa bene, a prescindere
Se essere buoni, altruisti, generosi è sempre stata una prerogativa femminile, nel tempo le cose sono cambiate, perché agire con generosità e gentilezza fa bene a tutti, soprattutto in una società come la nostra, dove c’è bisogno di aiuto, sempre. E non centrano la fede l'ideologia la politica. La bontà serve comunque e sempre. Come dicevamo nel titolo, a prescindere, e fa del bene, oltre che al suo oggetto anche a chi la pratica. Parliamo di bontà, ma sotto questa parola comprendiamo momenti di gentilezza, gesti di altruismo, gesti di compassione e generosità che nell'insieme fanno qualche cosa di bene e lo fanno per tutti. Viviamo purtroppo in un’ epoca di scarsa attenzione, un’ epoca di terrore, di follia; in una società dove si parla di odio diffuso, dove si parla di egoismo, dove si parla di differenze razziali cattiveria e, quando si affrontano sia nei programmi televisivi sia sui giornali questi temi, sembra tutto molto a portata di mano; a parole è facile per tutti, ma quello che fa la differenza è l’agire. Quello che fa la differenza, sono i fatti. Infatti non parliamo di quella solidarietà di facciata che viene diffusa a piene mani, ma con scarsi risultati; parliamo di quei gesti di cui c’è assoluto bisogno e che fanno sporcare le mai, a volte non solo in senso figurato, ma reale. Ognuno di noi, nel suo piccolo, conosce situazioni in cui l’ascolto, tanto per iniziare, può dare sostegno, conforto, e voltare il volto dall’altra parte ci renderebbe insensibili ed egocentrici. Poi, certo, se c’è da fare non si può tornare indietro, ma è certo che una buona pratica porta ad una buona abitudine, quella di guardare negli occhi il prossimo e sostenere se possibile, situazioni critiche. Possiamo rivolgere i nostri gesti di bontà alle nostre famiglie ai nostri colleghi, ma anche persone che non conosciamo e che sappiamo essere in difficoltà. Non è necessario far parte di associazione umanitarie o avere un credo particolarmente ispirato; l'uomo dentro di sé deve avere questo senso di giustizia e di armonia che si può ottenere solo con una vera uguaglianza. In fondo ci si sente meglio ad essere buoni e se pur non bisogna agire bene solo per avere un riconoscimento o una soddisfazione, dobbiamo proprio dirlo: fare del bene fa bene davvero. Anche se forse nella solidarietà non è bello fare bilanci, dobbiamo dire che nel 2024 le 130 mila ONLUS e i milioni di volontari (giovani donne e uomini) hanno colmato i vuoti dello stato generando il 4,4% del PIL. Dove non arrivano la politica lo stato le istituzioni, deve arrivare la buona volontà di ogni uomo. Viviamo in una società sempre più rivolta all'io e non al noi. Ma alla fine, la cosa migliore che ogni individuo può fare a se stesso è quello di sapersi rivolgere agli altri. Congiunti o meno. Ogni giorno sperimentiamo crisi di ogni genere, guerre di ogni genere cattiverie di ogni genere, quindi sarebbe sufficiente guardarsi intorno per capire che cosa si può fare. Oggi c'è ovunque tanto bisogno di solidarietà di partecipazione di empatia e sono tanti anche gli autori che negli ultimi secoli hanno riconosciuto l’importanza del bene. Come diceva Bertolt Brecht -Nessuno può essere buono a lungo se non ci è richiesta di bontà- e ai giorni nostri la richiesta è davvero esagerata, quindi non abbiamo scuse.
Giuliana Pedroli, giornalista (@tutti i diritti riservati)
venerdì 15 maggio 2026
Aureliana, la forza di una donna vincente
Aureliana Bontempi, anima e cuore de “La Limonaia”, racconta la straordinaria storia di un sogno trasformato in realtà. Su una splendida collina affacciata sul Lago di Garda, Aureliana ha dato vita a un piccolo angolo di paradiso, un luogo che accoglie viaggiatori da ogni angolo del mondo, facendoli sentire come a casa.
Ma il suo percorso non è stato privo di ostacoli. Tra tensioni familiari, clienti difficili e il peso delle aspettative, Aureliana ha affrontato sfide personali e professionali con forza, passione e una resilienza incrollabile. Questo libro è un viaggio attraverso le difficoltà di gestire una struttura ricettiva, mantenendo intatta una visione di umanità e dedizione.
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