Ogni qualvolta mi reco al cimitero per trovare persone care ivi sepolte non posso fare a meno di soffermarmi, seppure di sfuggita, sulle innumerevoli tombe, in particolare sulle scritte impresse sulle lapidi.
Accade però, a volte, che alcune scritte mi attraggano più delle altre e mi fermi a leggerle. È da queste letture che ho tratto la frase che ogni lapide è un romanzo.
Il contenuto delle scritte inevitabilmente mi porta ad andare oltre la semplice lettura ma a fantasticare sulla vita di quelle persone, giovani o vecchie che siano, ad immaginare le innumerevoli biografie in potenza. Biografie che trattandosi di gente sconosciuta sarebbero prive di interesse per i più, ma per me rivestono quel velo di mistero che mi porta a cercare un’empatia nascosta al punto di immedesimarmi e cercare di capire quanto abbiano potuto provare in determinati momenti della loro esistenza. Un tentativo che potrebbe definirsi impossibile già in partenza, ma le capacità della mente a volte riescono a superare anche limiti inimmaginabili ed è quello che cerco di fare.
Un giorno, fermo davanti ad una lapide che mi aveva particolarmente colpito, la foto di una giovane donna adornata da una stella alpina, una piccozza scolpita sul freddo marmo, un nome e una data 1985 – 2005 con incisa la scritta: “Un triste destino ti ha portata via dai monti che tu amavi tanto e non vedranno più il tuo dolce sorriso. La mamma.” nel culmine del mio peregrinare nella mente, una voce alle mie spalle: “La conosceva?” non mi ero neppure accorto tanto ero assorto che una signora mi si era avvicinata ponendomi quella domanda.
- No, risposi.
- Mi scusi, ma l’ho vista così assorta che pensavo la conoscesse.
- No, non la conoscevo ma sono rimasto incantato dalla sepoltura, sa anch’io sono un grande appassionato della montagna.
- L’avevo immaginato. Io sono la mamma.
- Non posso che comunicarle il mio dolore. Anche se non la conoscevo mi sarebbe piaciuto molto conoscerla: gli appassionati della montagna sono una grande famiglia.
- È vero.
Parlammo a lungo e contrariamente a quanto pensassi non fu una disgrazia montana a portarla via a soli vent’anni da ciò che amava, ma una tanto crudele quanto imperdonabile malattia.
Mi raccontò molto di Claudia, così si chiamava, capii che anche dopo tanti anni il dolore era ancora vivo e il desiderio di sfogarsi da quella ingiustizia era ancora irrefrenabile. L’ascoltai in religioso silenzio e lentamente ci avviammo verso l’uscita.
Max Bonfanti, filosofo analista (@tutti i diritti riservati)

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