mercoledì 27 maggio 2026

IL MAESTRO E L’ALUNNA



Arrivai dalla campagna, in quella scuola che fu il mio avvenire,
fresca come l’acqua,
solare come le prime luci del mattino
e accogliente come il mare.
Seduta su una seggiola,
timorosa,
dietro un banco dal colore celeste-verde scialbo,
con in mano una penna per imparare le lettere dell’alfabeto del mio maestro.
Sudata,
con la voce tremolante,
occhi e orecchie intenti a carpire le sue inflessioni,
per farle mie
e poi scrivergli una lettera.
Quel maestro guardava, sorridente e arrogante,
il mio esserci,
il mio quaderno ricco di primule,
il mio grembiule azzurro cielo,
come se fossi la sua inserviente di parole.
Parole, parole,
mi riempiva di parole;
sentivo il suo fiato sul mio collo
e scrivevo,
scrivevo per lui.
Lui si distraeva,
sì,
nei corridoi della gente di città
e tornava baldanzoso, porgendomi caramelle e dolci
per impormi la sua lingua.
Piangevo, ed egli ignorava il mio viso rigato
dalle sue punizioni di caramelle e dolci.
Senza cuore,
non capiva che io fossi la sua insegnante
e lui il mio alunno ignorante,
delle 21 lettere dell’alfabeto incapace di assemblarle con il cuore!
Così imparai ad amare il MIO alfabeto!

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