martedì 18 marzo 2025

La mia casa

 


                                    Attimi è tutto crollò!


...Strappata...

In quel nulla il mio respiro è nulla!

.... Il silenzio..

Quelle macerie hanno pietre internazionali e
il rantolo di una voce ferita in una stanza vuota!

...Svuotata...

Non ho più quelle pareti bianche come le nuvole dove scrivevo i miei sogni!

...Ricordi...

L'arcobaleno dipinto dal mio balcone si è squarciato nel cielo ,
hanno singhiozzato anche i vetri per il boato !

...Frantumata...

Quanto freddo, 
senza le mie lenzuola di fiori,
sbrandellato è il mio cuscino dove affondavo il mio naso per sentire più forte gli odori della notte calda!

...È finita...

Quei calici di vino ora sono vuoti ed
echeggia il nulla!

...Ubriaca ..

Mi parlano, ora, di un nuovo paradiso ma è solo uno sporco paradiso!
... Inferno ...


Alito nel vento il fiume di parole
disegnandoti nei contorni di un posacenere di ceneri!

...Il mio cuore è fermo...©

Angela Demma

Fochina un grande amore

 


Il cane è il migliore amico dell'uomo, dicono, e adesso posso confermarlo anch’io. Ho avuto un cane intorno ai vent'anni. Non era un cane tutto mio, in realtà, ma della famiglia. Avevamo da poco traslocato in una casa con giardino e un giorno mio padre era tornato con un cucciolo di pastore maremmano, cosa di cui non ci aveva preannunciato nulla. Con tutta probabilità, ci aveva messo di fronte al fatto compiuto perché sapeva che mia madre si sarebbe lamentata e per qualche giorno credetti che in effetti mio padre sarebbe stato costretto a riportarlo indietro. Era un batuffolo bianco, che aveva ancora bisogno di essere allattato. Nonostante mia madre fosse contraria a tenerlo, fu lei che se ne occupò. Alla fine cedette e Ricky rimase con noi, con il patto che avrebbe vissuto in giardino. Gli costruimmo una cuccia e negli anni, manco a dirlo, fu mia madre la sua vera padrona. Dopo la scomparsa di Ricky, che mia madre curò fino alla fine, anche nei momenti difficili della malattia, a nessuno di noi venne più in mente di prendere un cane.

Sei anni fa, mentre mi trovavo al mare, i miei due bambini mi chiesero con veemenza di acquistare un cagnolino che una signora del villaggio voleva dar via. Si trattava di un cucciolo di Chihuahua a pelo lungo. Nonostante le forti insistenze, mi rifiutai categoricamente di prenderlo in considerazione, sia perché sono contraria alla mercificazione degli animali sia perché saremmo tornati a Milano con l'aereo e il tipo di biglietto che avevamo non prevedeva la possibilità di aggiungere un animale. Tuttavia, tornando dalla spiaggia, un pomeriggio mi trovai muso a muso con quel cagnolino dagli occhi neri come la pece. Qualcosa mi vibrò dentro l'anima e capii che ero pronta per avere un cane. Ma non un cane da tenere fuori casa, no. Avvertii improvviso e inaspettato l’impulso di avere un cane come amico. Fu come se mi si sciogliesse dentro qualcosa. Ribadii ai miei figli di non poter prendere quel cucciolo, ma promisi che, una volta tornati a Milano, saremmo andati al canile per vedere se fosse possibile adottarne uno. I miei figli fecero grandi salti di gioia, che rinforzarono la mia decisione.

Il primo weekend dopo il rientro a Milano, mi recai al canile. Molti descrivono i canili come dei lager, per cui ero prevenuta. Il canile di Milano si trova nella periferia est della città e per certi versi è un posto bellissimo, con grandi prati dove i cani possono correre e dove le gabbie sono in realtà degli ambienti ampi. Mi colpì la gentilezza e l'amore che i volontari del canile mostravano alle povere creature abbandonate. Mi fecero fare un giro e mi ritrovai a fissare tanti occhietti che parevano chiedere solo di essere portati via. Compresi che, nonostante il posto fosse più che dignitoso, la maggior parte dei cani desidera uscire da quell'ambiente ampio e spersonalizzato per essere accolto in una famiglia.

Al termine del tour compilai un modulo e specificai alla ragazza che mi aveva seguita che non avevo preferenza di razza né di sesso. Mi bastava che fosse un cane di piccola taglia, considerate le dimensioni della mia casa. Non avevo preferenza nemmeno rispetto all'età, mi andava bene un po' tutto. Tornai a casa a mani vuote, ma d'altronde questo lo avevo previsto. Avevo letto sul sito del canile che, prima di adottare, bisogna seguire una lunga trafila e che quindi, una volta scelto il cane, è necessario effettuare un periodo di familiarizzazione all'interno del canile per poi procedere a una preadozione per vedere come va la coabitazione tra animale e uomo nella nuova famiglia. All’inizio il nuovo proprietario del cane è in realtà una sorta di affidatario per un anno, al termine del quale, se tutto va bene, arriva la conferma dell'adozione. Questo mi apparve come un eccesso di burocrazia, ma di fatto rappresenta un’attenzione e una tutela verso quegli animali che hanno già subito un trauma e gli si vuole evitare di finire in una situazione non adatta a loro.

Tornai al canile una seconda volta e di nuovo non trovai il cane che poteva andare bene per me o meglio ne individuai due, ma erano stati già opzionati da altre famiglie. Mi sentii un po' sconfortata, convinta che non avrei mai trovato il mio cane. Mi resi conto che lo stavo cercando non solo per accontentare i miei figli, ma anche perché improvvisamente mi ero ritrovata desiderosa di condividere la mia vita con un pelosino. Mi chiesi cosa avrei fatto se non avessi trovato il cane giusto al canile. La mia mente continuava a rifiutare l'idea di dover comprare un cane. Cominciai a spargere la voce nella mia zona e anche al parco, dicendo che, se ci fosse stato qualcuno intenzionato a regalare un cagnolino, sarei stata disposta a prenderlo. Proprio nel momento in cui pensai che il canile non potesse aiutarmi, ricevetti la telefonata della volontaria con cui avevo parlato la prima volta, che mi disse che voleva farmi conoscere Fochina, una Yorkshire di sette anni, che era stata abbandonata dal proprietario alcuni mesi prima ed era arrivata al canile in condizioni critiche. Non me l'avevano fatta conoscere perché non era considerata adottabile a causa delle condizioni di salute molto precarie. L’avevano sottoposta a numerose cure e adesso stava molto meglio. Era bellissima e di buon carattere, per cui, se volevo, potevo andare a trovarla. Quel pomeriggio stesso mi precipitai al canile e fu così che la prima volta incontrai lo sguardo di quello che sarebbe diventato il mio grande amore. Vidi da lontano la volontaria che avanzava verso di me attraverso il prato, tenendo al guinzaglio una pelosetta bionda che trotterellava. Quando me la ritrovai ai piedi, provai ad accarezzarla, ma lei si ritrasse. Era estremamente timida. La volontaria mi passò il guinzaglio e così feci la mia prima passeggiata con la signorina. La presi anche in braccio e la trovai così morbida e leggera che mi si riempirono gli occhi di lacrime per la commozione. Arrivò anche un'altra volontaria ed entrambe capirono che Fochina mi aveva colpita. Mi spiegarono che Fochina era il nome che le era stato attribuito al canile, visto che non si sapeva quale fosse il suo nome originario. Dal microchip erano risaliti al proprietario, che avevano contattato in ogni modo possibile e che si era rifiutato di riprenderla con sé – non saprò mai per quale assurdo e disumano motivo. Mi dissero che avrei potuto cambiarle il nome, ma io decisi che, se fosse stata mia, non glielo avrei cambiato per non indurle ulteriore confusione. Tornai altre volte, anche con i miei figli, che si mostrarono entusiasti di fronte alla piccola Yorkshire bionda.

Finalmente, dopo due mesi in cui frequentai il canile e familiarizzai con Fochina, il veterinario diede il permesso definitivo per farla uscire da lì. Mi recai al canile emozionatissima. Mentre compilavo scartoffie varie e mi impegnavo a comunicare al canile ogni eventuale difficoltà fosse sorta, le fecero una lunga doccia. Mi consegnarono la coperta a cui la piccola si era abituata negli ultimi mesi per darle un senso di continuità e, mentre altre volte aveva opposto qualche resistenza prima di passeggiare con me, stavolta Fochina mi seguì subito, quasi come se sapesse. Non dimenticherò mai il momento in cui io e lei raggiungemmo il limitare del canile. Proprio sulla soglia del cancello, che era stato aperto per noi, la piccola frenò all'improvviso e si voltò indietro guardando i vasti campi del canile. Poi si girò verso di me, mi fissò a lungo negli occhi e infine prese la rincorsa e si mise a correre veloce verso fuori, trascinandomi al guinzaglio. Anche le volontarie si commossero vedendo la cagnolina che correva felice verso la libertà e verso la sua nuova vita. In macchina la presi in braccio e mi accomodai con lei sul sedile posteriore. Per tutto il tempo rimase accovacciata sulle mie gambe a guardare fuori dal finestrino, tremando come una foglia. Mi chiesi se ciò fosse a causa del freddo perché era ancora un po' bagnata o se si trattasse di un filo di paura. Quando mise per la prima volta piede nel mio appartamento, la liberai dal guinzaglio e lei fece una vera e propria ispezione della casa. Qualche anno dopo misi in vendita quella casa per trasferirci in una più grande e devo dire che nessun agente immobiliare ha mai scrutato così attentamente la mia casa come fece Fochina la prima volta che vi entrò. Fece un giro delle stanze, guardò attentamente i mobili e le pareti e annusò dappertutto. Terminato il giro, tornò nella sala, individuò la cuccia che avevo preparato per lei e, dopo essersi dissetata nella ciotola lì accanto, andò subito ad accovacciarsi. Dal suo sospiro capii che si trovava a suo agio. Quando si fece l'ora, le misi la pettorina e il guinzaglio e andammo al parco a ritirare i miei figli, che la accolsero con grida di giubilo. Dopo circa un mese i volontari vennero a trovarmi a casa per valutare come si procedeva e fummo promossi a pieni voti per la fase di preadozione. La trafila era così lunga che mi pareva di adottare un bambino. In effetti, Fochina è diventata la mia bambina. I miei figli hanno amato la piccoletta come una sorella, e lei è diventata quella terza figlia che non sono riuscita ad avere. Mi rendo conto che un cane diventa davvero parte della famiglia se vive in casa perché soltanto così condivide l'intero vissuto della famiglia. Ecco perché con Ricky, rimasto sempre in giardino, era diverso. Fochina mangiava ai miei stessi orari, soprattutto a colazione. Mi aspettava buona per tutto il tempo che stavo via per lavoro e io tornavo sempre il prima possibile. Ci concedevamo delle belle passeggiate o lungo il marciapiede vicino casa oppure, quando il tempo lo consentiva, in un parco vicino. Mi occupavo della sua pulizia quotidiana e le spazzolavo il suo bellissimo pelo con grande gioia. Mi seguiva dappertutto: quando cambiavo stanza, mi veniva dietro come un’ombra; se stavo sul divano, si rannicchiava ai miei piedi; se mi accomodavo sulla poltroncina, si accovacciava sulle mie gambe appoggiando il musetto contro la mia pancia. Negli ultimi anni ha dormito con me: le mettevo una copertina sul mio letto, lei si accucciava e si faceva delle lunghe ronfate. Fochina è stata davvero la mia bambina e la mia più cara amica.

Un momento in cui ho apprezzato particolarmente la sua compagnia è stato durante il Covid, e non solo perché mi consentiva di uscire più volte al giorno. In un periodo di grave deprivazione sociale, la presenza di Fochina si rivelò ancora più preziosa. Io e i miei figli ci stringemmo nel mio appartamentino di allora e Fochina fu la nostra gioia. Quando riaprirono le frontiere tra le regioni, comprai i biglietti per la nave e così io, i miei figli e Fochina ci sistemammo per quasi ventiquattro ore in una confortevole cabina chiamata “amici quattro zampe”, con una magnifica vista sul mare. Fu così che per la prima volta Fochina mise piede nella mia casa siciliana, dove, in vacanza, trascorreva lunghe ore distesa al sole sul terrazzo. Lì si mostrava estremamente felice; era come se capisse che quello era un momento di pausa dalla vita quotidiana, in cui ci rilassavamo, ci divertivamo e riuscivamo a trascorrere moltissimo tempo insieme. Fochina abbaiava difficilmente e se voleva qualcosa, veniva a leccarmi le gambe o a darmi colpetti con il suo musetto oppure tamburellava con la coda contro le porte o contro il pavimento. La nostra intesa è diventata talmente profonda che non mi sbagliavo mai nell'interpretare i suoi bisogni e le sue sensazioni. L'ho lasciata solo due volte ad amici, per viaggiare, e mi è comunque dispiaciuto perché, nonostante ci facessimo tutti i giorni delle videochiamate, mi mancava terribilmente. Lei era sopraffatta da una grande tristezza, che abbiamo spazzato velocemente una volta che ci siamo riunite. Da allora abbiamo preso a viaggiare sempre insieme, in aereo, in macchina o in treno. Il feeling che abbiamo costruito non l’ho mai avuto né con un fidanzato né con le amiche e gli amici più cari. Negli ultimi tempi ho tagliato i ponti con molte persone che mi hanno delusa e così ho maggiormente valorizzato il rapporto con la mia cagnolina. Purtroppo negli ultimi tre anni Fochina ha sviluppato una forma importante di diabete, che le ha tolto la vista per via delle cataratte. Stava per morire, ma ancora una volta sono riuscita a salvarla. L'avevo portata dalla veterinaria e insieme avevamo trovato il modo per continuare a farla vivere. Avevo individuato il giusto dosaggio e così due volte al giorno le iniettavo insulina facendole delle punturine. Fochina era molto brava perché, così come si è sempre fatta tagliare da me pelo e unghie, anche in questo caso si affidava totalmente, si metteva in posizione e aspettava che io le facessi la puntura, subito dopo la quale le davo una bella razione del suo cibo diabetico che, per fortuna, doveva anche essere molto appetitoso perché lo mangiava con voracità. La cecità ci impedì di punto in bianco di andare in giro insieme come facevamo una volta perché chiaramente aveva paura di essere trascinata nel buio, e allora avevamo trovato una soluzione: quando andavamo fuori, la portavo in braccio lungo le stesse strade che ormai conosceva e lì, una volta a terra, si muoveva con disinvoltura. Al parco, poi, si scatenava, annusava tutto e aveva imparato a orientarsi perfettamente. Purtroppo non poteva più giocare a calcio come una volta. I primi giorni piangevo perché mi ero identificata con la sua cecità e soffrivo insieme a lei. Questo ci ha legate ancora di più. Anch’io ho avuto seri problemi di salute nella mia vita e ho riconosciuto nella forza di questa cagnolina così fragile la mia stessa voglia di vivere. Le ho promesso che sarei stata i suoi occhi e che le avrei dato sempre le giuste cure e attenzioni, ma soprattutto il mio amore.

Fochina purtroppo non c’è più.

Negli ultimi mesi le è stata diagnosticata una malattia, la stessa che ho avuto io anni fa, e che stava facendo nuovamente capolinea nella mia vita. Forse avevamo la stessa patologia, la stessa sorte. Abbiamo vissuto le ultime settimane strette in un amore incondizionato, costellato di cure, attenzioni, ma anche tanta ansia e apprensione. Ci siamo godute ogni attimo possibile, unite e affiatate più che mai. Uno degli ultimi giorni che abbiamo trascorso insieme sono scoppiata in lacrime al pensiero che presto mi avrebbe lasciata sola. Si è accovacciata sulla mia pancia e ha pianto silenziosamente insieme a me.

Ha vissuto bene fino all’ultimo, la nostra vita era ancora bella. Ma una mattina ha cominciato a soffrire e per tre giorni non ha più toccato cibo e ha cominciato a respirare a fatica. La malattia era progredita, la situazione precipitata d’improvviso. Ho sperato fosse un peggioramento transitorio.

L’ho vegliata per tre notti, temendo che il suo respiro si affievolisse. Al quarto giorno ho preso una delle decisioni più dure della mia vita. Le veterinarie mi hanno confermato che non c’era nulla da fare. Fochina ha fatto un lungo giro per tutta la casa, come a voler imprimere ogni profumo, ogni dettaglio. I miei figli l’hanno salutata con strazio e io l’ho presa in braccio e ho fatto con lei l’ultimo viaggio, gli ultimi passi insieme, verso la clinica veterinaria. Ricordo con difficoltà quei momenti carichi di angoscia. La mia mente era in subbuglio, sconvolta. Ansimava, ma quando le è stata praticata la puntura per anestetizzarla, dapprima è sobbalzata e poi ha emesso un lungo sospiro, finalmente rilassata e libera dai dolori tremendi che l’attanagliavano. Mi ha sorriso e tirato fuori la linguetta. L’ho baciata a lungo e le ho sussurrato: “I tuoi fratelli ti salutano e ti amano tanto. E io rimarrò la tua mamma per sempre, non dimenticarlo mai”.

Le due dottoresse hanno pianto con me. Lasciarla andare è stato l’ultimo atto d’amore per lei. Fochina ha lasciato un profondo vuoto. Mi sento inerte e sola. La casa è diventata troppo grande senza di lei. La vedo dappertutto. È dappertutto.

Rimarrà la più grande compagna della mia vita.

Il giorno dopo la sua tristissima dipartita, mi è arrivato il referto che tanto aspettavo. La mia malattia, la stessa che ha portato via la piccola, è benigna. Non sono riuscita a gioire come avrei voluto e mi sono rammaricata perché non ho avuto il tempo di dirlo a Fochina.

Ma poi ho capito una cosa.

Fochina sa. Ciao, amore mio.

Eleonora Castellano, docente e psicologa (marzo 2025@tutti i diritti riservati)


domenica 16 marzo 2025

Dolce Fochina



L'allegria ti è compagna,
signora equilibrata
consapevole attende
il ritorno della sua stella.
Il mondo raccolto tra le braccia
di chi ti ha accolto,
dal canile salvata.
Gli odori, suoni e carezze
la piccola lingua 
esplorava, assaporava
curiosa piccola Amica,
che ha sofferto.
Amore ha donato
ora, accompagnata
oltre l'arcobaleno.
Spirito allegro 
scodinzola e saluta
chi le ha voluto bene. 

Dario Aina, scrittore e poeta (marzo 2015 @tutti i diritti riservati)

sabato 15 marzo 2025

Attilio Andriolo sale in cattedra con Giuseppe Garibaldi

 


Una minuziosa e attenta ricerca sull’Eroe dei Due Mondi, ha fatto sì che Attilio Andriolo, presidente dell’Associazione Culturale Teseo di Milazzo - autore della silloge “Momenti dell’Anima” - si facesse conoscere come appassionato di storia del Risorgimento Italiano e, soprattutto, di ciò che ha rappresentato Giuseppe Garibaldi. Dalla nascita alla morte, l’autore pone un tracciato storico di Garibaldi che va oltre ciò che abbiamo studiato sui libri di scuola, i quali ci hanno fatto conoscere la figura del condottiero dal grande carisma, con forte ascendente popolare e conquistatore di territori, piuttosto che presentarci un personaggio non in grado di apporre un peso importante dal punto di vista politico, al cospetto di Vittorio Emanuele II, Giuseppe Mazzini e Camillo Benso Conte di Cavour. Passaggi di storia di un Garibaldi che non conoscevamo a fondo e ci pone davanti alla domanda: “Giuseppe Garibaldi è stato più Uomo o Eroe?”. Ecco, diremmo proprio che tutta la grande ricerca storica fatta dall’autore Attilio Andriolo su quello che da tutti viene considerato “Eroe”, ma che poi, addentrandoci nei particolari della storia, ci si accorge che per ciò che ha fatto, ci mette davanti una figura più umana che politica. Ed è per questo motivo che la sua opera letteraria: “Giuseppe Garibaldi: Uomo o Eroe”, cerca in qualche modo di smitizzare l’Eroe, restituendo l’immagine del personaggio dalle tante sfaccettature umane. Anche se, a onor del vero, pur non ridimensionando il condottiero dalla Camicia Rossa, consacrato dalla storia come uno dei Padri della Patria assieme a Vittorio Emanuele II, Giuseppe Mazzini e Camillo Benso Conte di Cavour, offre al lettore il ritratto più vero di un Giuseppe Garibaldi dai tratti meno noti, che mette in mostra tutta la fragilità e le contraddizioni del suo agire. Come dicevamo prima, la profonda e minuziosa ricerca dell’autore si mette in evidenza attraverso aneddoti personali e analisi storiche, dalla sua nascita a Nizza nel 1807, fino al suo ritiro a Caprera. Audacia militare e spirito patriottico si intersecano a un personaggio pragmatico e istintivo lontano dall’idealismo astratto del “parolaio” Giuseppe Mazzini, con il quale Garibaldi ebbe delle tensioni che culminarono nei moti genovesi del 1834 e nella condanna a morte in contumacia. C’è poi il periodo sudamericano che va dal 1836 al 1848, in cui l’autore si sofferma rimarcando un periodo storico in cui Garibaldi mostra il suo essere corsaro al servizio dei repubblicani del Rio Grande del Sud. Ma grande spazio di narrazione viene dato da Attilio Andriolo al romanticismo e a quel primo incontro con Anita – “Tu devi essere mia”- le disse, nonostante lei fosse già sposata. Grandi difficoltà della loro vita insieme si percepiscono chiare tra lutti e abbandoni, mentre l’autore parla di quel 1849 in cui avvenne la morte di Anita con il giallo dello strangolamento nelle valli del Comacchio, di cui la storia non ne chiarisce i particolari, mentre attraverso il racconto di Andriolo si percepiscono tutte le domande su quanto avvenne e non è mai stato risolto definitivamente. Una sorta di punto oscuro che lascia molti dubbi sul perché la storia non sia stata in grado di dare delle giuste motivazioni. E poi la celeberrima Spedizione dei Mille narrata dall’autore con un misto di ammirazione e realismo. Infatti, oltre le battaglie dell’impresa partita da Quarto con appena 1170 uomini al seguito e culminata con la conquista del Regno delle Due Sicilie, Andriolo, da milazzese quale egli è, mette soprattutto in luce la battaglia di Milazzo avvenuta il 20 luglio 1860, con l’episodio del cavallo bianco del generale Bosco che mette in mostra la magnanimità di Giuseppe Garibaldi. Poi il suo isolamento politico dopo la consegna del Sud ai Savoia, un atto che lo amareggiò molto, E ancora l’uomo oltre il mito, il riferimento che l’autore insiste nel mettere in evidenza fino alla fine, in una narrazione in cui pare contare più il senso dell’umano che non quello del coinvolgente combattente biondo, con i capelli lunghi fino al collo, la camicia rossa e il cavallo bianco. E’ il motivo conduttore del testo di Attilio Andriolo, in cui emerge preponderante il desiderio di verità e di quella forma romantica che è insita nel suo essere.

Salvino Cavallaro, giornalista


giovedì 13 marzo 2025

Il superfluo e l'essenziale

 


La scrittura, questo meraviglioso strumento di comunicazione. C’è chi scrive per professione – vedi scrittori e giornalisti - e chi lo fa per pura passione. Tuttavia, il significato di comunicare ai lettori e agli amanti di questo meraviglioso mondo che si divide tra letteratura e informazione, ci pone davanti alla riflessione di distinguere bene il superfluo dall’essenziale. Infatti, c’è chi dice e pensa di scrivere per apparire più intelligente degli altri e c’è, invece, chi ha capito che scrivere è un modo coinvolgente per esprimere ciò che si è nell’anima, esternando attraverso le proprie emozioni il desiderio di un contatto umano. E allora lo stile, che impone l’essenzialità nei contenuti e la massima cura nella forma, spesso si confonde con il superfluo di una scrittura debordante di inutili orpelli. Da sempre sono stato attratto da coloro i quali, attraverso la passione per la scrittura, hanno qualcosa da trasmettere agli altri. E’ come relazionarsi con il mondo, anche con chi non conosci personalmente, ma riesci in qualche modo a stargli vicino attraverso le pagine di un giornale o di un libro. Si tratti di fatti di cronaca o di narrazioni romanzesche, la scrittura avvicina le persone, arriva diretta, provoca emozioni e dà l’opportunità di discutere, disquisire su questo o quell’argomento delle più disparate tematiche di vita. E’ la grande bellezza della letteratura, il fascino dei sentimenti trasmessi attraverso le righe che compongono pagine ricche di interesse. E poi c’è l’autore e ci sono i lettori che si intersecano tra loro nel gioco del conoscersi, capendo che chi scrive mette sempre una parte importante di sé. Così ti accorgi e ammiri chi si dedica alla scrittura per sola passione, mettendo in evidenza ciò che si è in maniera onesta e corretta, senza millantare attraverso ingannevoli orpelli la voglia di apparire senza essere. Ed è bello sentirsi dire: “Scrivo per passione ma non sono uno scrittore, pur avendo pubblicato dei libri”. E’ quell’ammissione di sincerità in cui si illumina la sola passione per la scrittura con grande onestà intellettuale. “L’arte di scrivere è far dimenticare al lettore che ci stiamo servendo di parole” (Henri Bergson). Davvero molto profonda questa citazione del filosofo francese Henri Bergson, capace di sintetizzare la vera sostanza della scrittura intesa come relazione con il lettore, facendo dimenticare lo strumento, pur importante, dell’uso delle parole. Una forma filosofica di tipo pratico che agisce sulla fantasia di chi scrive e di chi legge, capaci di entrare in simbiosi nel racconto e nel contesto descritto, dimenticandosi persino il voltar delle pagine e lo scorrere delle parole. E poi c’è un altro aforisma che mi piace citare: ”La scrittura apre le finestre che si affacciano sull’anima del lettore” (Luca Doveri). Ecco, come si diceva poc'anzi, è proprio l’anima, sono le emozioni esternate da chi scrive, che vengono raccolte dal lettore e le fa sue.

Salvino Cavallaro , giornalista (marzo 2025 @tutti i diritti riservati)

mercoledì 5 marzo 2025

Micio

 

acquarello di Daniela Lorusso


Posso dire che fin dalla nascita la mia esistenza è stata accompagnata dagli amici cani, sempre trovatelli o presi nei più disparati canili. Cani di ogni razza o per meglio dire di più razze, solo una volta al canile municipale di Milano ne ho trovato uno di razza, un Riesenschnauzer di due anni che pesava cinquanta chili, un cane buono come il pane che mi ha accompagnato per poco più di dieci anni, ma ora vorrei parlare di un altro animale, di un gatto. Un giorno verso la metà degli anni settanta un gattino di pochi mesi, un soriano, cominciò a venirmi dietro per strada e nonostante non avessi una gran pratica con questi meravigliosi felini, vista la sua insistenza nel seguirmi, lo tenni con me per oltre tredici anni: era un amore di gatto e ancor oggi, ripensando a lui, non riesco a trattenere le lacrime. Lo chiamai Micio, un nome che subito gli piacque, dopo un po’ iniziai ad abituarmi a lui che in verità si comportava quasi come un cane, mi faceva le feste quando rincasavo e si faceva capire quando voleva qualcosa come fanno i cani e poiché all’epoca abitavo all’ultimo piano lasciavo che uscisse sul terrazzo e andasse a scorrazzare per i tetti tanto che un giorno conobbe la gattina di una signora con la quale diventammo amici. Micio era molto socievole e quando mi nacque un figlio temetti che potesse avere crisi di gelosia invece no, sopportò con grande pazienza i giochi del piccolo senza mai avergli fatto un graffio. Potrei stare qui a scrivere per ore ma quello che voglio sottolineare e solo di amare gli animali, cani, gatti o altro che siano perché sono gli esseri più puri e genuini. 

Max Bonfanti, filosofo analista (marzo 2025 @tuti i diritti riservati)

lunedì 3 marzo 2025

Echi dal passato

 


Una delle citazioni più note del filosofo tedesco Arthur Schopenhauer riguardo il cane è: “Si deve all'animale non pietà, ma giustizia”. Sappiamo quanto egli amasse i cani e come fosse affezionato al suo barboncino Atma e alla luce del suo amore per l'animale possiamo cercare di comprendere la sua affermazione. Cosa è la pietà? Quando si prova pietà? La Treccani.it ci dice che: “È un sentimento di affettuoso dolore, di commossa e intensa partecipazione e di solidarietà che si prova nei confronti di chi soffre”. Sono convinta che limitarsi a provare pietà non sia però sufficiente, questo è solo il primo passo, poi dobbiamo all'animale Giustizia. L'animale ha i propri diritti, esiste infatti e per fortuna, una Carta dei diritti loro dedicata, l'animale va difeso dagli approfittatori...l'animale va affidato a chi può amarlo e rispettarlo. Purtroppo non tutti gli esseri umani sono del tutto affidabili e gli abusi si perpetuano come del resto su tutti i più deboli: bambini, anziani, donne.

L'insegnamento di Schopenhauer è decisamente valido ancor oggi, sono convinta che con l'amore verso gli animali si possegga una spinta fortissima atta a difenderli e a desiderare per loro la Giustizia di cui il filosofo parlava.


Intervista di Maria Giovanna Farina a Jenny Visceglia ENPA Matera

Piccoli passi per realizzare un progetto

  I piccoli e i grandi progetti dell’esistenza hanno bisogno di una buona elaborazione per essere realizzati. Teniamo conto che progettare è...