giovedì 13 marzo 2025

Il superfluo e l'essenziale

 


La scrittura, questo meraviglioso strumento di comunicazione. C’è chi scrive per professione – vedi scrittori e giornalisti - e chi lo fa per pura passione. Tuttavia, il significato di comunicare ai lettori e agli amanti di questo meraviglioso mondo che si divide tra letteratura e informazione, ci pone davanti alla riflessione di distinguere bene il superfluo dall’essenziale. Infatti, c’è chi dice e pensa di scrivere per apparire più intelligente degli altri e c’è, invece, chi ha capito che scrivere è un modo coinvolgente per esprimere ciò che si è nell’anima, esternando attraverso le proprie emozioni il desiderio di un contatto umano. E allora lo stile, che impone l’essenzialità nei contenuti e la massima cura nella forma, spesso si confonde con il superfluo di una scrittura debordante di inutili orpelli. Da sempre sono stato attratto da coloro i quali, attraverso la passione per la scrittura, hanno qualcosa da trasmettere agli altri. E’ come relazionarsi con il mondo, anche con chi non conosci personalmente, ma riesci in qualche modo a stargli vicino attraverso le pagine di un giornale o di un libro. Si tratti di fatti di cronaca o di narrazioni romanzesche, la scrittura avvicina le persone, arriva diretta, provoca emozioni e dà l’opportunità di discutere, disquisire su questo o quell’argomento delle più disparate tematiche di vita. E’ la grande bellezza della letteratura, il fascino dei sentimenti trasmessi attraverso le righe che compongono pagine ricche di interesse. E poi c’è l’autore e ci sono i lettori che si intersecano tra loro nel gioco del conoscersi, capendo che chi scrive mette sempre una parte importante di sé. Così ti accorgi e ammiri chi si dedica alla scrittura per sola passione, mettendo in evidenza ciò che si è in maniera onesta e corretta, senza millantare attraverso ingannevoli orpelli la voglia di apparire senza essere. Ed è bello sentirsi dire: “Scrivo per passione ma non sono uno scrittore, pur avendo pubblicato dei libri”. E’ quell’ammissione di sincerità in cui si illumina la sola passione per la scrittura con grande onestà intellettuale. “L’arte di scrivere è far dimenticare al lettore che ci stiamo servendo di parole” (Henri Bergson). Davvero molto profonda questa citazione del filosofo francese Henri Bergson, capace di sintetizzare la vera sostanza della scrittura intesa come relazione con il lettore, facendo dimenticare lo strumento, pur importante, dell’uso delle parole. Una forma filosofica di tipo pratico che agisce sulla fantasia di chi scrive e di chi legge, capaci di entrare in simbiosi nel racconto e nel contesto descritto, dimenticandosi persino il voltar delle pagine e lo scorrere delle parole. E poi c’è un altro aforisma che mi piace citare: ”La scrittura apre le finestre che si affacciano sull’anima del lettore” (Luca Doveri). Ecco, come si diceva poc'anzi, è proprio l’anima, sono le emozioni esternate da chi scrive, che vengono raccolte dal lettore e le fa sue.

Salvino Cavallaro , giornalista (marzo 2025 @tutti i diritti riservati)

mercoledì 5 marzo 2025

Micio

 

acquarello di Daniela Lorusso


Posso dire che fin dalla nascita la mia esistenza è stata accompagnata dagli amici cani, sempre trovatelli o presi nei più disparati canili. Cani di ogni razza o per meglio dire di più razze, solo una volta al canile municipale di Milano ne ho trovato uno di razza, un Riesenschnauzer di due anni che pesava cinquanta chili, un cane buono come il pane che mi ha accompagnato per poco più di dieci anni, ma ora vorrei parlare di un altro animale, di un gatto. Un giorno verso la metà degli anni settanta un gattino di pochi mesi, un soriano, cominciò a venirmi dietro per strada e nonostante non avessi una gran pratica con questi meravigliosi felini, vista la sua insistenza nel seguirmi, lo tenni con me per oltre tredici anni: era un amore di gatto e ancor oggi, ripensando a lui, non riesco a trattenere le lacrime. Lo chiamai Micio, un nome che subito gli piacque, dopo un po’ iniziai ad abituarmi a lui che in verità si comportava quasi come un cane, mi faceva le feste quando rincasavo e si faceva capire quando voleva qualcosa come fanno i cani e poiché all’epoca abitavo all’ultimo piano lasciavo che uscisse sul terrazzo e andasse a scorrazzare per i tetti tanto che un giorno conobbe la gattina di una signora con la quale diventammo amici. Micio era molto socievole e quando mi nacque un figlio temetti che potesse avere crisi di gelosia invece no, sopportò con grande pazienza i giochi del piccolo senza mai avergli fatto un graffio. Potrei stare qui a scrivere per ore ma quello che voglio sottolineare e solo di amare gli animali, cani, gatti o altro che siano perché sono gli esseri più puri e genuini. 

Max Bonfanti, filosofo analista (marzo 2025 @tuti i diritti riservati)

lunedì 3 marzo 2025

Echi dal passato

 


Una delle citazioni più note del filosofo tedesco Arthur Schopenhauer riguardo il cane è: “Si deve all'animale non pietà, ma giustizia”. Sappiamo quanto egli amasse i cani e come fosse affezionato al suo barboncino Atma e alla luce del suo amore per l'animale possiamo cercare di comprendere la sua affermazione. Cosa è la pietà? Quando si prova pietà? La Treccani.it ci dice che: “È un sentimento di affettuoso dolore, di commossa e intensa partecipazione e di solidarietà che si prova nei confronti di chi soffre”. Sono convinta che limitarsi a provare pietà non sia però sufficiente, questo è solo il primo passo, poi dobbiamo all'animale Giustizia. L'animale ha i propri diritti, esiste infatti e per fortuna, una Carta dei diritti loro dedicata, l'animale va difeso dagli approfittatori...l'animale va affidato a chi può amarlo e rispettarlo. Purtroppo non tutti gli esseri umani sono del tutto affidabili e gli abusi si perpetuano come del resto su tutti i più deboli: bambini, anziani, donne.

L'insegnamento di Schopenhauer è decisamente valido ancor oggi, sono convinta che con l'amore verso gli animali si possegga una spinta fortissima atta a difenderli e a desiderare per loro la Giustizia di cui il filosofo parlava.


Intervista di Maria Giovanna Farina a Jenny Visceglia ENPA Matera

domenica 2 marzo 2025

Viaggio nel tempo

 


Elaine arrivò alla stazione di Saint Remy de Provence di buon mattino. Aveva preso il primo treno da Lione. Si era goduta il panorama pervasa da una sorta di nostalgia indefinibile. Scese dal treno e si guardò intorno. Cercava speranzosa di scorgere Gerard fra i passanti, ma nulla, lui non c’era. Aveva letto che se avesse immaginato l’incontro, con tanto di emozioni e sentimenti, esso sarebbe certamente avvenuto. Le anime che si sono amate davvero hanno modo di comunicare tra di loro per telepatia, si dice. E un po', a dire il vero, ci aveva sperato senza illudersi troppo, così la delusione non l’aveva scossa più di tanto. Del resto, sarebbe stato troppo bello per essere vero. Andò alla stazione degli autobus per raggiungere la sua casa di allora, ritrovare tutto ciò che era rimasto ed era stato faticosamente salvato dalla drammatica divisone ereditaria che la sorella Roxane aveva avviato, tutto d’un tratto, più per vendetta che per necessità. Percorse le strade di un tempo tra le ville facoltose e la tipica vegetazione della bellissima campagna francese, profumata di fiori di lavanda, e fatta di verdi e antiche fronde che danzavano nel vento. La sua casa era ancora lì, silenziosa e solitaria, tra le altre case colorate e l’attendeva come sempre. Aprì la porta ansiosa e diede una rapida occhiata alle stanze, guardò i mobili d’epoca e gli oggetti che erano rimasti e che la cattiveria e l’invidia non erano riuscite a trafugare per farle dispetto. Aveva fatto del suo meglio per conservare con cura il patrimonio ereditato, i sacrifici dei genitori, ma non aveva fatto i conti, troppo giovane e fiduciosa, con la realtà più triste: una sorella vanesia, avida, egocentrica e narcisista. Si aggirò per quegli spazi ben arredati, un vero gioiello vintage, che tanti avrebbero apprezzato e fatto rivivere come un tempo. Così riapparivano i volti, le immagini più belle e le sembrava quasi di udire le voci tra quelle mura pregne di ricordi e delle energie delle persone che non c’erano più. Riecheggiavano la musica e il brusio delle feste e perfino le discussioni. Le avevano detto di quanto non fosse un bell’affare andare a caccia o vivere del passato e che avrebbe fatto meglio guardare avanti ma lei non li stette a sentire. Il passato e i bei ricordi erano fonte di conforto e il rifugio da un mondo sempre più arido e spietato. Elaine era diventata una scrittrice, una poetessa di successo, e sapeva muoversi sulla linea temporale, entrare e uscire dalla dimensione onirica e del ricordo e non temeva di rimanere fissata in alcuna emozione. La scrittura e la poesia l’avevano salvata, come un dono dal cielo, ed era sopravvissuta al tradimento del proprio sangue e ne era orgogliosa perché aveva trovato la vera ricchezza e vinto la più grande battaglia: non era diventata una persona squallida e meschina come loro e nonostante tutto. Era riuscita a non fare un feticcio del dolore ma a trasformare la triste esperienza in forza e in una sorta di rinascita. Aveva imparato suo malgrado a volare sopra le meschinità e le bassezze umane. Usci allora per le strade del paese a passeggiare: il famoso bar Matisse era chiuso da anni, restava solo una targa arrugginita quasi che nessuno dovesse mai profanare un luogo che aveva rappresentato tanto per molti e se non altro la spensieratezza della gioventù, di un’epoca di principi e valori. Lungo le strade cercava di ricordare come erano le cose un tempo e cosa fosse cambiato. Cercava Gerard in verità, voleva incontrarlo dopo tanti anni, per sapere come stesse. Come era stata la sua vita senza di lei. Voleva sapere perché la loro relazione si era interrotta quel giorno durante le feste di Natale. Se quella donna che era entrata all’ improvviso nella loro relazione e glielo aveva portato via senza indugio fosse così meritevole oppure fosse, non solo cosi tanto poco avvenente, ma davvero una maliarda e un’abile arrampicatrice sociale senza scrupoli come gliela avevano raccontata. E lui, un uomo bello, colto, tanto intelligente e perbene, quanto senza carattere da essersi fatto irretire senza scampo. Sapere se qualche volta l’avesse pensata. Ma di Gerard non c’era traccia. C’erano solo i ricordi che camminavano gioiosi e spensierati sulle strade del paese e dei dintorni, o viaggiavano in moto, e c’erano i ragazzi e le ragazze della compagnia che organizzavano gite. C’erano gli esami all’Università e la festa di laurea in ingegneria di Gerard, il tempo della gioventù in cui erano stati inconsapevolmente felici e spensierati. Elaine non aveva avuto una vita facile: dopo la morte dei genitori ancora giovani le strade per lei si erano fatte in salita e piene di avvoltoi come si conviene quando si tratta giovani ereditiere. Elaine cercò di ricostruirsi un futuro accanto a Roland, un aitante velista conosciuto a Marsiglia di cui si era innamorata, dopo l’abbandono e la delusione di Gerard, e nonostante fosse poco gradito nella cerchia famigliare e delle amicizie, che lo vedevano una persona molto poco adeguata a lei sia per carattere che per cultura. Ma il suo animo libero e ribelle la spinsero a non considerare i consigli degli anziani e a proseguire in una relazione che alla lunga si rivelò misera di tutto, sbilanciata e poco reciproca. Roland viveva alla giornata, e a parte la vela, non aveva alcuna ambizione e predisposizione oltre che interesse a crearsi una famiglia e a costruirsi un futuro. Non voleva impegni o responsabilità di alcun genere. Era un uomo che si accontentava di poco e viveva alla giornata. Aveva rivelato, nel corso del tempo, un carattere sempre più ombroso e permaloso e poca voglia di rivalsa o successo. Ebbero una figlia Lisette e per qualche anno le cose scorsero comunque abbastanza serene; grazie ad Elaine che investiva tutte le sue energie per mandare avanti la sua famiglia. Roland era spesso via per il suo lavoro, che lo portava per mare, imbarcato come ufficiale sulle navi cargo che partivano da Marsiglia. Terminati gli ardori giovanili, si accorse ben presto che non c’erano le basi per una relazione sana e soddisfacente e così Elaine si ritrovò accanto un uomo molto diverso da quello che le sembrava di aver conosciuto. Egli cominciò a prendere peso diventando infine obeso e a diventare una persona anaffettiva, fredda e scostante e talvolta aggressivo. Roland non era più quel giovane aitante ed energico che la faceva sorridere e divertire ma era diventato un anziano scorbutico, un estraneo. Per quanto presente era molto distante emotivamente e lei aveva conosciuto la peggior solitudine che una donna potesse provare. Quella di vivere accanto ad una persona sbagliata, di sentirsi come una vedova a quarant’anni. Si fece carico, senza mai lamentarsi, di tutte le incombenze e delle responsabilità crescendo Lisette praticamente da sola e senza poter contare su alcuno della famiglia di origine. I momenti di svago o di spensieratezza diventarono sempre più rari. La zia Roxane, per qualche strana ragione sempre più insofferente alla presenza della sorella Elaine nella sua vita, non si dedicò mai alla nipote Lisette, a parte qualche sfarzoso regalo di Natale i primi anni, presa dai suoi viaggi, dai suoi teatri e drammi, per lo più inventati, dai pettegolezzi della società delle apparenze in cui viveva oltre che dagli uomini con cui cercava di rifarsi una vita. Un giorno, all’improvviso, perse sé stessa e intraprese la strada di Caino attaccando Elaine per vie legali con un pretesto. Elaine si ammalò gravemente poco dopo per le calunnie proferite nei suoi confronti. Sopravvisse all’onta del disonore e allo scempio della sua famiglia di origine, al dolore di non aver potuto salvare il patrimonio che andava svenduto, suo malgrado, e la sorella, che aveva gettato finalmente la maschera, mostrando il volto spietato dell’invidia e della cattiveria. Il caro Vincent, il suo adorato nipote, spari per diversi anni, anche a lui faceva comodo l’eredità dei nonni, dopotutto e aveva frequentato la scuola degli affaristi senza scrupoli e sentimenti del padre, un piccolo imprenditore immobiliare di Grenoble, classico spaccone di provincia. I momenti lieti passati con i nonni e le vacanze al mare con gli zii, mentre la madre divorziata era in giro per il mondo, non erano che un ricordo senza senso e lontano; c’era ormai solo il dio denaro a far da padrone. Una vita controvento quella di Elaine, costellata di grandi dispiaceri e delusioni, dove la fiducia in chi avrebbe dovuto sostenerla e proteggerla era stata malriposta. Lei che c’era sempre per tutti e soprattutto per l’amata sorella e l’adorato nipote per i quali avrebbe affrontato uragani e regalato loro il mondo intero. Roland non fu che uno spettatore passivo e più che una vela si era rivelato una zavorra nella sua vita. Ormai le energie da mettere anche per lui si erano affievolite. Vederla felice non era mai stata una sua priorità o un desiderio. Lei era solo un’abitudine a cui non voleva o sapeva rinunciare. Lisette era stata la sua ancora in questo mondo: era una bambina sana, vivace e gioiosa. Ora una giovane e bella ragazza di cui andar fieri. Elaine aveva affrontato e superato le strade polverose della vita, le carenze di ogni genere, gli abusi psicologici più subdoli e inaspettati e la malattia con coraggio e determinazione e aveva finalmente compreso che la gelosia e l’invidia non avevano spiegazioni e giustificazioni e soprattutto non andavano mai ignorate o sottovalutate. Comprese che gli ignoranti, i malvagi e i narcisisti esistono anche in famiglia, che non c’è amore che li guarisca, e che allontanarli senza indugio è l’unica scelta consapevole e corretta da fare. Un sospiro ed usci sul patio a respirare il profumo di fiori che regala il vento nel tardo pomeriggio di primavera come un balsamo prezioso e che le narrava dell’atmosfera di un tempo. Le voci dei bambini intorno, tutt’un tratto, la riportarono alla realtà. Si era fatto tardi ed era ora di recarsi alla stazione per prendere il treno e tornare a Lione. Chiuse con cura la casa e la saluto con una carezza. S’ incamminò consapevole che l’accettazione delle prove e delle lezioni che aveva dovuto imparare tramite gli eventi della vita erano l’unico modo per superarle e che l’amore è un modo di essere e di vivere sempre e comunque. E consapevole che le vere risorse necessarie si trovavano al centro del suo cuore. Si assopì con il cuore in pace lungo il viaggio di ritorno. Tornò così al suo lavoro in ufficio al centro della città il lunedì mattina. Come sempre sorrise ai colleghi. Guardo fuori dalla finestra per guardare il solito panorama di città prima di cominciare la giornata. Accese il computer, un tuffo al cuore la sorprese. Il nome di Gerard appariva nelle mail. Dopo tanti anni aveva trovato il coraggio di scriverle.

Antonella Massa (marzo 2025 @tutti i diritti riservati.

Ogni riferimento a fatti i persone è puramente casuale.

mercoledì 12 febbraio 2025

Celebriamo l'amore, sempre!

 

Disegno di Flavio Lappo

          Disegno di Flavio Lappo                               

Molti ritengono San Valentino una festa esclusivamente commerciale e forse lo è diventata, ma non dobbiamo per perdere l'occasione di celebrare il grande interprete di questa giornata: l'Amore, una forza universale che sa scendere nel particolare. L'amore per una determinata persona è infatti un sentimento che si manifesta con il desiderio di procurare il suo bene e di ricercare la sua compagnia. L'amore come forza universale è la nostra salvezza ed è alla base di ogni buona vicenda, azione e desiderio umano. Quindi non perdiamo la possibilità di celebrare il nostro amore che il 14 febbraio diventa celebrare chi amiamo, andiamo oltre il lato commerciale e celebriamo come più ci piace. Ci sono aspetti dell'amore di coppia che mi piace sottolineare: il sogno d'amore e l'amore per sempre.
Aspetti che con la parità tra i generi si riferiscono ad entrambi i sessi.

1- A volte capita di essere prigioniere di un sogno, quello dell’amore incondizionato e per raggiungerlo siamo disposte anche, purtroppo, a soffrire, a lasciarci sottomettere e far calpestare la nostra dignità. L’amore, pur nelle sue contraddizioni (non sempre rende felici ma infelici quando si oppone alla sua prerogativa di essere cura per l’anima) ci chiede di mantenere l’equilibrio nella nostra vita, una eutimia tra corpo e mente. La vita chiede libertà ed è questo il punto importante, quello di essere libere. Per essere donne emancipate è necessario, indispensabile, conquistare l’autosufficienza emotiva che si raggiunge solo se ci si convince di farcela davvero. Si conquista a partire dalle piccole azioni quotidiane, non accettando ad esempio idee improduttive come: “Oggi sono sola e allora non apparecchio la tavola, non mi pettino….”. Non dobbiamo fare qualcosa in funzione della presenza del compagno o del marito, ma è bene trascorrere con amore di sé le nostre giornate anche se siamo sole. Prendendo confidenza, conoscenza e stima con il nostro essere profondo possiamo amarci, rispettarci e diventare indipendenti emotivamente. Se saremo davvero libere potremo intraprendere una relazione sentimentale appagante e paritaria. 2- Il nostro sarà un amore per tutta la vita? Una domanda che gli innamorati si pongono, ma è difficile prevederlo, con ciò non voglio dire che l’amore per sua natura non possa essere avvolto “nell’eterno”; il problema è che le nostre delusioni nascono dal fatto che vorremmo lo sia. Se il partner ci confessa di considerarci l’amore più grande che abbia mai incontrato è senz’altro vero, il problema però è di chi in questa dichiarazione legge le due parole “per sempre”, parole che non ci sono ma che per il desiderio di farle esistere “leggiamo” ugualmente. La condizione mentale descritta ci fa ingannare, il nostro preconcetto dell’eterno amore ci conduce lontani dall’attimo che stiamo vivendo. Se invece ci avvicinassimo all’amore senza pensare troppo al domani, potremmo costruire un rapporto piacevole e se poi durerà: tanto meglio. Il “Per sempre” sa metterci al riparo dalla paura della perdita, ma al contempo ci colloca in una posizione interiore non adatta all’amore: se voglio che sia per sempre non sono libera e allo stesso tempo imprigiono il partner in un’idea, in una condizione che sa di obbligo. Non voglio dirvi che l’amore deve essere effimero, tutti noi desideriamo amare ed essere amati, ma ricordiamo che serrature, sbarre, lucchetti…non confanno all’Amore.

Buon San Valentino a tutti perché, in fin dei conti, l’amore non si ferma solo nella vita di una coppia di innamorati. Eros alato ed eterno ha il compito di salvare il mondo e per questo è sempre intento a scagliare frecce! Grazie a Platone che ce lo ha insegnato. 

Maria Giovanna Farina





lunedì 20 gennaio 2025

Perfetto è ciò che non dipende da nulla

 

Acrilico su tela, opera di Flavio Lappo


Uno degli scopi principali della filosofia è trovare la strada per rendere sempre più vivibile la vita e poter quindi avvicinarci alla tranquillità dell'anima. Per vivere bene è necessario eliminare le dipendenze. La dipendenza è un’imperfezione, mentre per stare bene, prima di tutto con se stessi, dobbiamo sempre più avvicinarci alla perfezione per quanto sia umanamente possibile. Ci aiuta il filosofo rappresentante del razionalismo Renato Cartesio quando afferma nel “Discorso sul metodo” che “perfetto è ciò che non dipende da nulla”. Non ci resta che cercare di eliminare le dipendenze là dove sia possibile: non solo fumo e alcol, ma anche quelle apparentemente non dannose alla salute anche se deleterie per la realizzazione del sé. Da qui ci riallacciamo alle illusioni della mente che impediscono alla scienza di progredire e all’uomo di evolversi. Il retaggio culturale e gli stereotipi, quelli che Francesco Bacone definiva idola, di cui la mente è a volte prigioniera, ci impediscono di essere liberi di pensare ed agire. Possiamo affermare che esiste una vera e propria dipendenza, una forte sudditanza, a modi di essere che spesso non ci rappresentano, ma agiscono come vere e proprie catene. Veniamo un fondamentale esempio concreto. Ancor prima della fondazione dell’astronomia, era concezione dominante che il sole e gli astri ruotassero attorno alla Terra. Qualunque idea diversa era considerata sacrilega. Ipparco (II sec. a.C.) prima, e Tolomeo (II se. d.C.) sostennero questa tesi. Dovettero passare ancora molti anni prima che Copernico (XVI sec.) potesse dimostrare che era la Terra a girare attorno al sole e la sua tesi fosse accettata come valida. Venendo a noi, possiamo chiederci: “Cosa ha ostacolato la mia rivoluzione copernicana, quindi la mia evoluzione? È abbastanza probabile sia stata la dipendenza da qualche idea ingannevole come la convinzione, ad esempio, che ci ha legati alla certezza di essere portati per gli studi scientifici mentre nel nostro intimo qualcosa ci diceva: No! Una negazione allontanata da convinzioni, idee preconcette, instillate da giudizi sul nostro operato a scuola. Ricordo con affetto, era simpatica, una mia insegnante di disegno che mi diceva di essere negata nella sua materia ed io ho finito per crederci; con il passare degli anni e l'aiuto della riflessione mi sono resa conto che non ero portata per alcuni tipi di tecniche, ma che senza essere una vignettista del calibro di Jacovitti me la cavo abbastanza nel disegnare i personaggi dei fumetti di Disney. Sono felice di essere filosofa e lo devo a me stessa, a scuola mi avevano negato anche questa predisposizione. Non sto criminalizzando la scuola, che sia chiaro, era solo un esempio nato dall'esperienza. Maria Giovanna Farina



venerdì 5 luglio 2024

Educare con l'esempio

 


Jean-Jacques Rousseau, filosofo e pedagogista svizzero (1712-1778), rimase senza i genitori a 7 anni, ma si ribellò presto alla tutela delle persone a cui era stato affidato. Il suo carattere diventò rapidamente libera espressione di se stesso e ostentazione della propria naturalezza. Un manifestarsi così come si è, nel bene e nel male. Nella sua proposta pedagogica c’è la naturalezza spinta al paradosso, ma a proposito delle sue idee e consapevole dei suoi eccessi, egli sosteneva: ”Se ne faccio nascere di buone in altri non avrò affatto perduto il mio tempo”. Nella sua famosa opera pedagogica, L’Emilio, Rousseau ritiene che bisogna distinguere i diversi periodi della vita dell’uomo, momenti in cui l’anima non è mai identifica a se stessa; l’educazione che viene in aiuto all’Emilio bambino-adolescente-adulto deve essere proporzionata alle condizioni che la natura porta con sé. Questa conformità con la natura individuale è il caposaldo della pedagogia moderna, un punto fondamentale che intendo sottolineare per parlare di educazione e di inclinazioni personali. Nelle varie epoche della vita facciamo passi avanti significativi nella nostra maturazione se le condizioni esterne sono in accordo e in armonia con la nostra natura, col nostro essere quello che siamo e non altro. Se costringiamo ad una carriera scolastica scientifica un ragazzo portato per le lettere difficilmente creeremo un abile matematico. Il nostro essere quello che siamo al di là degli schemi e delle convenzioni è la cosa più preziosa che l’educazione può consentirci di realizzare. Cosa possiamo fare per essere dei buoni educatori? Con Rousseau possiamo ricordare che “le lezioni devono essere azioni più che discorsi”. Nella nostra vita quotidiana conta di più l’esempio che diamo con la nostra stessa esistenza che le parole, specialmente quando sono un semplice flatus vocis.  

A questo proposito basti pensare alla scoperta, nel 2006, di due biologi (Nigel Francks e Tom Rischardson) dell’università di Bristol pubblicata su Nature: esiste la formica maestra che insegna all’allieva come trovare il cibo. Si tratta di una vera e propria interazione tra maestra e allieva dove l’insegnamento basato sull’esempio porta ad un’evoluzione del comportamento come avviene per gli umani.

Maria Giovanna Farina

 

Piccoli passi per realizzare un progetto

  I piccoli e i grandi progetti dell’esistenza hanno bisogno di una buona elaborazione per essere realizzati. Teniamo conto che progettare è...